Sospiri di guerra. Speciale sulla Seconda Guerra Mondiale a Piglio e dintorni

In occasione dell’80° anniversario dai bombardamenti del 1944, Il Prometeo Magazine presenta “Sospiri di Guerra”, uno speciale sulla Seconda Guerra Mondiale a Piglio e dintorni, firmato dalla dottoressa Martina Pirosini.

Testimonianze esclusive, documenti e immagini inedite ci faranno ripercorrere le vicende più significanti che hanno segnato i drammatici anni del conflitto vissuto nell’antico borgo ernico. Analizzeremmo il come e i perché il disastro bellico travolse il nostro territorio, gettando uno sguardo anche sulla situazione dei paesi limitrofi  per intrecciare le storie locali al contesto internazionale ed immergerci nel clima dell’epoca.

Se finora il ricordo della guerra ci è stato tramandato con l’impressione di una sciagura capitata quasi “fortuitamente”, grazie alle nuove ricerche riscopriremo il ruolo che l’intera area e, in modo particolare la piccola Piglio, giocarono nel corso delle operazioni militari vista la posizione strategica in cui il paese venne a configurarsi nella trama dello scacchiere bellico.

In questa prima parte dello Speciale tratteremo il periodo che va dal Ventennio Fascista all’Eccidio del 6 aprile 1944.

Ringrazio tutte le nonne e i nonni di Piglio che hanno voluto contribuire al presente lavoro, raccontando la propria esperienza. In particolare, ringrazio zia Ennia, Pierina, Domenico, i miei vicini di casa e tutti gli operatori e gli ospiti della Residenza San Francesco.

Un ringraziamento speciale va a chi mi ha concesso le immagini fotografiche e a chi, con semplici parole di incoraggiamento, mi ha spinto a non interrompere le ricerche sul nostro magnifico paese che ha ancora tante storie da raccontare.

Piglio e dintorni alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale

La notorietà degli Altipiani di Arcinazzo dal Ventennio Fascista agli anni Trenta

Piglio risentì della notorietà di cui gli Altipiani di Arcinazzo godettero negli Anni Venti e Trenta del Novecento quando alcuni esponenti di spicco della politica italiana riscoprirono le bellezze della località e la predilessero come luogo di villeggiatura.

Piglio, veduta da Colle Alto. Foto dal web.

Nota per le sue caratteristiche territoriali e per le peculiari condizioni climatiche, la vasta distesa montana, dislocata a circa 850 m. s.l.m., è attualmente suddivisa tra i tre Comuni di Arcinazzo Romano (localmente chiamata anche “Ponza” in Provincia di Roma), Piglio e Trevi nel Lazio (Provincia di Frosinone). Nello specifico, la zona del Monte Retafani fino al Santuario della Madonna del Monte (e non “dei Monti” come viene erroneamente chiamato in alcune pubblicazioni), il Lago Inzuglio con i prati di San Biagio e il Percorso Contemplativo “San Giovanni Paolo II”, appartengono al Comune di Piglio il cui territorio si estende fino al Casale Biancaneve e al bivio Piglio-Arcinazzo Romano, dove la SP20 confluisce sulla Via Sublacense.

Piglio, il Lago Inzuglio alle falde del Monte Retafani. Foto M. Pirosini

Negli anni Venti l’intero comprensorio apparteneva alla Provincia di Roma, ma a seguito della Riforma delle Province del 1927 voluta da Mussolini, i Comuni di Piglio e di Trevi nel Lazio passarono alla neo istituita Provincia di Frosinone, mentre Arcinazzo Romano rimase nella Provincia di Roma.

Le ville signorili

La breve disamina delle ville padronali appartenute a personalità legate perlopiù all’entourage di Mussolini, ci permette di ricostruire le vicende più rilevanti che hanno segnato la storia degli Altipiani di Arcinazzo, dove i confini labili tra i tre Comuni fanno sì che la storia di Piglio si intrecci inevitabilmente alle vicissitudini degli altri due paesi.

Già verso la fine dell’Ottocento la località venne scelta dall’allora Ministro della Guerra, Francesco Grazioli, come location per le esercitazioni militari e per il test delle tecniche balistiche. Ma fu soprattutto l’opera dell’ingegnere milanese Leopoldo Parodi Delfino ad accendere i riflettori sugli Altipiani. L’intuizione scientifica innovativa e lo spirito imprenditoriale lo resero una delle figure più eminenti dello sviluppo industriale italiano. Quando nel 1907 sposò Lucie Henny, figlia del famigerato avvocato di Amsterdam, Taco Henny, all’epoca governatore delle Indie Olandesi a Java, era già Presidente della Società Distillerie Italiane ed era a capo di altre imprese avviate nel mondo del settore edile.

Le iniziative imprenditoriali e le vicende più strettamente personali lo legarono a due luoghi: l’alta Valle del Sacco e, appunto, gli Altipiani. Nella prima, fondò l’azienda “Bomprini Parodi Delfino” (o BPD), destinata a diventare uno dei colossi industriali della chimica italiana. Gli Altipiani divennero invece il suo rifugio prediletto. Qui dopo la Prima Guerra Mondiale acquistò uno chalet, che venne ampliato e ristrutturato, assumendo le fattezze di una vera e propria villa con scuderia e cappella privata. Nell’Italia degli anni Venti e Trenta i Parodi furono gli unici a possedere una tomba di famiglia nel parco della villa per concessione diretta di Mussolini. L’ingegner Parodi aveva infatti intrecciato i suoi affari con il potere politico. Nel 1932 acquisì la tessera del Partito Nazionale Fascista e divenne membro della Federazione Nazionale Fascista degli Industriali Chimici. Nel 1939 verrà insignito Senatore del Regno d’Italia.

L’ingegnere milanese Leopoldo Parodi Delfino. Foto di “La città morandiana”.

La presenza di Parodi richiamò la curiosità di altri imprenditori e politici, soprattutto gerarchi del Fascismo, spesso ospiti di Villa Parodi. Essi giungevano agli Altipiani nel massimo del riserbo e all’insaputa della comunità locale. Colpiti dalla bellezza del posto, molti di essi si fecero costruire delle ville dove ritirarsi nei periodi di riposo e di svago, rispolverando una tradizione millenaria avviata dai grandi imperatori dell’antica Roma come Traiano ad Arcinazzo Romano o Nerva a Piglio.

Tra gli esponenti di spicco ricordiamo i Confalonieri, una delle famiglie più prestigiose della Milano bene degli anni Venti. Marina Confalonieri divenne la compagna di Achille Starace, Segretario del Partito Nazionale Fascista. All’epoca si vociferava che i due vivessero insieme nella villa agli Altipiani.

Nel 1925 Raniero Paolucci de Calboli, senatore romagnolo del Partito Fascista e segretario particolare di Mussolini, intitolò la propria villa al figlio, Fulcieri Paolucci de’ Calboli, eroe della Prima Guerra Mondiale.

E ancora i Busiri-Vici, una delle famiglie più influenti nel campo dell’architettura degli anni Venti. In particolare i fratelli Clemente e Michele, considerati gli architetti del regime e del Vaticano. Anche l’ingegnere e costruttore edile, Franco Bandini fece erigere la propria villa nel 1926 lungo la Via del Piglio, dove visse con l’attrice Kim Novak. La progettazione della dimora residenziale venne affidata all’architetto Pietro Aschieri, considerato un altro esponente di spicco nel campo dell’architettura del regime.

Un’altra villa interessante, costruita negli anni del Fascismo, è Casale Pio di Savoia, così chiamata per essere sorta sulla cacera (vale a dire, la stalla in cui fin dai tempi più antichi i pastori transumanti facevano il cacio e lo regalavano agli abitanti degli Altipiani come compenso-tassa del loro passaggio), situata lungo la Via del Piglio. Il nome di Casale deriverebbe anche dallo stile della villa, la quale si presenta nella semplicità di una grande casa di campagna. L’ex cacera venne ingrandita e ristrutturata dall’architetto Clemente Busiri Vici e acquistata dal principe Pio di Savoia nel 1933.

Tra i gerarchi del Partito Fascista, amanti degli Altipiani di Arcinazzo, spicca la figura di Rodolfo Graziani, che proprio agli Altipiani affondava le proprie radici. Nato a Filettino, dove il padre esercitava da medico, vanta origini affilane da parte di madre. Nel 1936, all’apice dei suoi successi militari che gli valsero la nomina di Maresciallo d’Italia e di Viceré d’Etiopia, acquistò una tenuta da Monsignor Lupi, situata nella porzione ricadente nel Comune di Piglio. Vicino Villa Graziani costruì Casale Biancaneve, una moderna azienda agricola, attualmente luogo di vacanza e di ritiro dei Salesiani. Durante la lunga assenza che lo vide impegnato in Africa (1936-1939), la villa veniva gestita dal fattore e custode di fiducia, Peppone Macciocca di Piglio.

Il vivaio forestale “Sir Walter Becker”

Il vivaio forestale “Sir Walter Becker”, oggi gestito dal Raggruppamento Carabinieri Biodiversità. Fonte: https://rgpbio.it/riserva/ex-vivaio-forestale-e-fondazione-sir-walter-becker/.

Tra il 1925 e il 1927 il nobiluomo Sir Walter Becker, diplomatico e armatore inglese, amante della natura e innamorato degli Altipiani, donò al governo Mussolini mezzo milione di lire in occasione del 25° anniversario di regno di Vittorio Emanuele III. La somma era destinata alla costruzione di un vivaio forestale statale, finalizzato a salvaguardare e rinvigorire il patrimonio boschivo italiano. Come sito di costruzione venne scelto un appezzamento di terreno situato al confine tra Piglio e Arcinazzo Romano, dove molti operai e braccianti di zona ebbero l’opportunità di lavorare. L’anno successivo nacque l’omonima fondazione che il Duce del Fascismo affidò al fratello Arnaldo. La nascita del vivaio contribuì alla trasformazione del territorio, grazie alla diffusione di abeti utilizzati non solo nell’abbellimento dei giardini delle ville, ma anche del paesaggio circostante, che acquisì un fascino tipicamente alpestre.

Leopoldo Parodi Delfino, la BPD e la nascita di Colleferro 

La mattina del 29 gennaio 1938 alle 07:55 un terribile boato squarciò i cieli dell’alta Valle del Sacco. Il reparto per la produzione del tritolo della Bomprini-Parodi Delfino era esploso. Nella deflagrazione persero la vita circa sessanta persone e molti operai rimasero feriti.

La nascita dello stabilimento risale al 1912 quando Leopoldo Parodi Delfino, insieme all’imprenditore genovese Giovanni Bomprini (figlio di Carlo Bomprini, banchiere e direttore della Banca Nazionale del Regno d’Italia, dal 1893 Banca d’Italia), acquistò un vecchio zuccherificio oramai in disuso da anni e lo riconvertì in un’azienda chimica specializzata nella produzione di polvere da sparo ed esplosivi. La “Bombrini-Parodi Delfino” (o “BPD”) si specializzò anche nella produzione di concimi e cementi con diversificazioni nel tessile e nella meccanica. Lo stabilimento della Valle del Sacco costituiva anche un fiore all’occhiello nel campo della difesa nazionale.

La fabbrica nel 1916, particolare. Collezione G. Gastaldo (Accademia Urbense di Ovada). Fonte: https://cittamorandiana.it/la-nascita-della-bpd/.

La presenza della fabbrica attirò un forte flusso migratorio di operai con le rispettive famiglie, provenienti dai paesi circostanti e dalle varie Regioni italiane. Attorno allo stabilimento venne a crearsi un primo nucleo abitativo che sorse presso lo scalo di Segni e prese il nome di “villaggio BPD”, il primo villaggio operaio autosufficiente d’Italia. L’espansione urbana proseguì negli anni a venire fino a diventare un Comune autonomo nel 1935. Nacque così la cittadina di Colleferro, sorta su un territorio che apparteneva originariamente a Valmontone, Genazzano e Roma, cui vennero aggiunte delle porzioni di terra, sottratte a Segni e Paliano.

Leopoldo Parodi Delfino è considerato uno dei pionieri della valorizzazione turistica degli Altipiani di Arcinazzo, nonché il fautore dell’industrializzazione dell’area meridionale della provincia di Roma.

Fiuggi, 1935. Raduno automobilistico. Ringrazio il “Bar Francesca” di Fiuggi per la cortese concessione della foto.

Benito Mussolini visita gli Altipiani di Arcinazzo

La presenza delle ville signorili appartenenti alle figure più facoltose del regime incentivò lo sviluppo turistico degli Altipiani e del territorio circostante. L’intera area venne ad affermarsi come uno dei luoghi di villeggiatura più gettonati dall’entourage di Benito Mussolini e del regime. Nella sua autobiografia, Memmo Passeri racconta (pag. 29) che il Duce stesso era spesso ospite dei Parodi e di Starace. Mussolini amava infatti soggiornare agli Altipiani, dove si dedicava all’equitazione o vi si recava in incognito al seguito del fratello Arnaldo, al quale aveva affidato la cura del vivaio forestale. Passeri apprese a sua volta la notizia dal pigliese Zeno De Angelis, custode di Villa Parodi. Malgrado il riserbo, la permanenza del Duce veniva percepita dai residenti soprattutto per la presenza di giornalisti, cronisti e fotografi i quali, affascinati dall’aspetto alpestre degli Altipiani, contribuirono ad accrescerne la fama definendola “Piccola Svizzera”.

Il fascino alpestre degli Altipiani di Arcinazzo, (FR e RM). Foto dal gruppo Facebook “Altipiani di Arcinazzo”.

Vi fu anche una visita ufficiale del Duce del Fascismo quando, nel 1930, venne inaugurato l’acquedotto del Simbrivio che ancora oggi garantisce il rifornimento idrico di tutta l’area a sud di Roma. Ancora secondo la testimonianza di Memmo Passeri, Mussolini venne ricevuto dalle scolaresche presso il bivio Piglio-Arcinazzo Romano; si incamminò per circa due chilometri verso la sorgente dell’acquedotto e si complimentò con i presenti per la bellezza incontaminata del luogo.

Piglio, fascio littorio a Piazza Roma

Ringrazio lo scrittore e ricercatore storico Giancarlo Pavat per la collaborazione nell’analisi dei simboli.

A Piazza Roma, sulla parete della casa situata di fronte la splendida Trifora del Castello Basso De Pileo-De Antiochia (XIII sec.), sono visibili i segni del Ventennio Fascista incisi in una targa di marmo.

Piglio, prima degli anni Trenta. Piazza Roma non è stata ancora costruita. Nella foto si vede benissimo il Castello Basso o Inferiore con la Trifora. Risale al XIII secolo e venne costruito dalla famiglia De Antiochia De Pileo. Nel Medioevo Piglio venne ereditato da Federico d’Antiochia (e i suoi eredi), figlio dell’imperatore Federico II di Svevia “Stupor Mundi”. Sì distinse per essere un feudo ghibellino. Foto da Facebook “Piglio scomparsa”.

Leggendo la targa da sinistra a destra si vedono rispettivamente: un fascio littorio, una scritta alfanumerica e uno scudo contenente una croce. Scopriamone insieme il significato.

Piglio, la targa a Piazza Roma. Foto di M. Pirosini

Come anticipato nella premessa, Mussolini e i suoi seguaci ambivano a ripristinare un impero italico sul modello dell’antico Impero Romano da cui attinse simboli vari che vennero innalzati a emblema del movimento e poi del partito. Nell’antica Roma il fascio littorio era un mazzo di bastoni di legno legati da strisce di cuoio che custodivano al loro interno una scure. Veniva utilizzato dai littori (dal latino lictores, a sua volta derivante dal verbo ligare, ovvero “legare”), una sorta di servitori civili con il compito di accompagnare i magistrati, dotati di imperium (potere, comando), e di proteggerli. I littori avevano attorcigliate alla vita delle cinghie di cuoio con le quali legavano tutti quelli che il rex ordinava di catturare. Ecco dunque che il fascio littorio venne rispolverato dai seguaci del Fascismo e innalzato a emblema di autorità e giustizia, nonché di potere di vita e di morte.

La scritta alfanumerica visibile nella targa pigliese è composta dalla lettera latina A e dal numero nove inciso secondo la numerazione romana e sta ad indicare “Anno IX”. I Fascisti contavano gli anni dal 1922, anno della marcia su Roma e della presa di potere da parte di Mussolini, dunque il 1931.

Passiamo ora all’analisi dello scudo con la croce. In araldica si è soliti utilizzare le righe per rappresentare uno stemma scolpito o disegnato in bianco e nero (e quindi non a colori). A seconda di come sono poste, le righe indicheranno un colore diverso. Ad esempio, se sono orizzontali indicano il colore azzurro. Nel nostro caso, le righe sono poste in direzione verticale e indicano il colore rosso. Lo scudo inciso nella targa di Piazza Roma è lo stemma dei Savoia: una croce bianca su campo rosso.

Stemma di Casa Savoia, incisa nella targa a Piazza Roma (Piglio). Foto dal web

Piglio, Convento di San Lorenzo – Febbraio 1937

Alla vigilia della guerra, Piglio ospitava due delle figure più emblematiche di Fede e Spiritualità del Novecento: Padre Quirico Pignalberi e Padre Massimiliano Kolbe. Il primo rivestiva il ruolo di Padre dei Novizi presso il Convento di San Lorenzo; il secondo, fu ospite del cenobio pigliese nel febbraio del 1937.

Piglio, Convento di San Lorenzo. Foto di G. Pirosini

Originario di Serrone, dove nacque nel 1891 dai contadini Egidio e Caterina Proietti, Quirico Pignalberi abbracciò la professione religiosa in seguito a due eventi: il primo fu il suicidio del suo maestro di scuola elementare, il quale, dopo aver incaricato il giovane Quirico di mantenere la disciplina in classe, uscì dall’aula e si sparò un colpo alla testa per non compiere l’assassinio del re Umberto I, che gli era stato imposto dalla Massoneria. Il secondo fatto avvenne poco prima di ricevere la Comunione, quando una suora lasciò nel giovane discepolo una profonda impressione, dopo avergli parlato appassionatamente del sacerdozio.

Fonte: https://amp.frosinonetoday.it/zone/nord/piglio-la-celebrazione-della-s-messa-nella-ex-cava-e-terminata-la-settimana-di-preghiera-per-il-venerabile-p-quirico-pignalberi.html.

Concluso il noviziato, il giovane frate serronese proseguì gli studi di Filosofia e Teologia a Roma e nell’agosto del 1917 fu ordinato sacerdote. Fu proprio durante la permanenza romana che ebbe occasione di conoscere Massimiliano Kolbe, un chierico polacco con cui strinse un profondo legame di stima e amicizia da legarli per tutta la vita e anche oltre.

Nato nel 1894 a Zdunska Wola, città della Polonia, all’epoca appartenente all’Impero Zarista, Rajmund (era questo il nome di battesimo) Kolbe espresse la volontà di entrare nell’Ordine dei Frati in seguito a un episodio vissuto nell’infanzia, quando ebbe la visione della Vergine Maria. La sua famiglia riversava in condizioni economiche piuttosto modeste: il padre era un tessitore, la madre una levatrice. Si recò prima a Cracovia poi a Roma per dedicarsi agli studi di Filosofia e Teologia, conseguendo due lauree. Animato da un carattere socievole e ottimista, Rajmund Kolbe strinse facilmente amicizia con il giovane seminarista serronese Pignalberi, più schivo e riservato. I due seminaristi condividevano l’amore e la devozione per la Vergine Maria che li condusse a fondare, insieme ad altri confratelli, il movimento mariano della “Milizia dell’Immacolata” nell’ottobre 1917. A spingere Padre Quirico ad abbracciare il progetto del Kolbe dovette influire soprattutto il suicidio del maestro, dramma che lo segnò a vita, motivandolo nella lotta costante contro i nemici della Patria e di Dio. L’anno seguente Padre Quirico venne chiamato alle armi, arruolato nella Compagnia della Sanità e spedito nel Nord Italia sul fronte di guerra (erano gli anni della Prima Guerra Mondiale), mentre Rajmund Kolbe venne ordinato sacerdote nella Basilica di Sant’Andrea della Valle a Roma con il nome di Padre Massimiliano Maria Kolbe.

Padre Massimiliano Maria Kolbe. Fonte: http://www.scuolaecclesiamater.org/2016/08/in-festo-sancti-maximiliani-mariae.html?m=1.

Malgrado la distanza, le difficoltà della Grande Guerra e i problemi di salute che manifestavano entrambi (a Roma Padre Kolbe contrasse la tubercolosi), la Milizia dell’Immacolata riscuoteva un gran successo. Il movimento si prefissava l’obiettivo di diffondere la venerazione della Vergine e il culto mariano nel mondo, affidandosi ai mezzi tecnologici del tempo quali la stampa e, più tardi, anche la radio. La rivista “Il cavaliere dell’Immacolata” costituì in un primo momento il principale strumento di divulgazione. Nel 1922 ne uscì il primo numero con una tiratura di 5.000 copie.

Tornato dal fronte, Padre Quirico venne inviato in varie case dell’Ordine francescano come rettore dei giovani seminaristi. Nel 1925 giunse a Piglio come Padre Guardiano del Convento di San Lorenzo, dove diede inizio a una vita austera e semplice, dedita alla preghiera e alla contemplazione, praticando dure penitenze fatte di digiuni, veglie notturne e cibandosi con l’indispensabile. Intanto, nel 1927 Padre Massimiliano fondò nei pressi di Varsavia un convento chiamato Niepokalanow (“città di Maria”) con tipografia e un seminario missionario dove, alla vigilia della guerra, vivevano circa un migliaio di persone tra frati, novizi e seminaristi, divenendo una cittadina pressappoco autosufficiente. Nel 1930 Kolbe partì come missionario in Giappone e nel 1936 si recò in India.

Nel 1937 tornò in Italia per partecipare ai festeggiamenti mariani. Si recò ad Assisi, poi a Padova infine a Roma. Dall’Urbe raggiunse il borgo di Piglio. Dal 4 al 6 febbraio 1937 fu ospite del Convento di San Lorenzo dove fece visita all’amico Pignalberi per discutere sui futuri sviluppi della Milizia dell’Immacolata.

Piglio, Convento di San Lorenzo – Targa affissa nella stanza in cui soggiornò San Massimiliano Maria Kolbe. Foto dal web

Padre Massimiliano Maria Kolbe era a capo del più importante complesso editoriale della Polonia quando la guerra stravolse i suoi progetti. La rivista “Il cavaliere dell’Immacolata” nel 1938 aveva infatti raggiunto una tiratura pari a un milione di copie.

Nel settembre 1939 i Nazisti occuparono la Polonia. Padre Kolbe vennere arrestato dalla Gestapo e deportato dapprima a Lamsdorf poi ad Amlitz per poi essere rilasciato nel dicembre dello stesso anno. Tornato a Niepokalanow, riprese l’attività missionaria ed editoriale. Ma la città divenne presto un rifugio per i Polacchi ebrei, pertanto nel 1941 il sacerdote venne di nuovo arrestato e deportato ad Auschwitz. Nel campo di concentramento gli venne affidata l’umiliante mansione di trasportare i cadaveri al crematorio. Neanche in un contesto di atroce sofferenza e disumanità quale era il campo di sterminio polacco, la fede di Padre Kolbe si affievolì. La sua fermezza riuscì a sopraffare persino gli spavaldi Nazisti.

Piglio, estate 1943

Dalla testimonianza di Luigi Fargnoli, figlio di Antonio Fargnoli, medico condotto a Piglio dal 1937, leggiamo (L.F.1, pag. 86):

«Le preoccupazioni erano molte: ogni tanto arrivava una cartolina che annunciava la morte oppure il ferimento di un compaesano. Il fronte dal Meridione si avvicinava, ma molto lentamente. La mattina del 25 luglio del 1943 la radio diede notizia della caduta del Fascismo e dell’arresto di Mussolini. I paesani, confusi e stupiti, commentavano il fatto, temendo una reazione da parte dei Tedeschi. Ma non accadde nulla

Piglio, anni Trenta. La Giravota e Viale Umberto I. Il nome “giravota” deriva dal pigliese “votà” che significa “girare”. Foto dal gruppo Facebook: “Piglio scomparsa”.

Molto simile si presentava la situazione presso gli Altipiani di Arcinazzo, secondo la testimonianza riportata da Memmo Passeri nella sua autobiografia (M.P., pp.81-82):

Dal 1940 fino al 1943 la guerra agli Altipiani non aveva lasciato segni negativi tangibili. Il fatto che gli abitanti fossero pochissimi non aveva fatto sentire nemmeno quel brutto clima che la partenza o la morte dei soldati al fronte aveva creato in tutti i paesi limitrofi.

Nel 1940 gli Altipiani di Arcinazzo contavano sessanta tre residenti. Memmo Passeri prosegue con il suo racconto su quegli anni terribili. Egli sostiene che l’eco della guerra si percepiva attraverso le lettere giunte dal fronte, che riportavano notizie di lutti e di ferimenti. Essendo proprietario e gestore dell’unica osteria della suggestiva località montana, il signor Memmo conosceva bene la sciagura vissuta dalle famiglie dei paesi limitrofi e la miseria in cui esse ora riversavano. La crisi economica investì anche la sua osteria, data l’assenza di “forestieri”.

Ma se finora la guerra era sembrata un evento lontano, che solo indirettamente aveva fatto sentire i propri effetti, ben presto la predilezione e la presenza dei gerarchi del regime presso gli Altipiani si rivelerà un’arma a doppio taglio.

 Il Principe Umberto di Savoia visita il Convento di San Lorenzo

Il 28 agosto 1943 il Principe Umberto di Savoia si recò a Piglio per visitare di sorpresa il Convento di San Lorenzo. In quegli anni, custodi del romitorio francescano erano, oltre a Padre Quirico Pignalberi, Padre Onorio Lucchese e Padre Costantino Trionfera. In particolare, Padre Quirico lasciò notevoli scritti con le annotazioni quotidiane sugli eventi bellici vissuti in paese:

4 – «Ed era il pomeriggio del 28 agosto 1943 mentre si stavano collocando le campane nel loro posto si viene chiamati per un insolito avvenimento: l’improvvisa e inaspettata visita del Principe ereditario Umberto di Savoia venuto apposta da Anagni, dove era di presidio, a vedere questa specie di imponente castello e ne restò veramente ammirato》 (E.P., pag. 18).

Il Principe Umberto II di Savoia. Foto Wikipedia

Come anticipato dalle parole di Padre Quirico, il Principe Umberto di Savoia era di stanza ad Anagni, dove era stato trasferito dalla primavera del 1943, al comando del “Gruppo Armate Sud”. Soggiornava presso l’odierno istituto per ragionieri e geometri “Gugliemo Marconi” e vi restò fino ai primi di settembre. Il professore anagnino Enrico Fanciulli, che nel 1943 era un bimbo di sei anni, nel raccontare la sua esperienza sembra rivedere l’auto nera con cui il Principe Umberto sfilava per le vie di Anagni e lo stemma savoiardo, lo stesso che abbiamo riscontrato sulla targa di Piazza Roma a Piglio. In realtà, l’erede al trono era un comandante simbolico sin da quando l’Italia era entrata in guerra (10 giugno 1940). Molto spesso era stato volutamente tenuto all’oscuro da ogni disegno operativo per tutelare la sua persona: la sua vita era troppo preziosa per coinvolgerlo direttamente nelle operazioni belliche, soprattutto da quando gli avvenimenti avevano preso una piega tragica e svantaggiosa per le forze italo-germaniche.

Il trasferimento ad Anagni era stato dettato dunque più da ragioni di cautela che da particolari esigenze militari. Non dimentichiamo inoltre che i Savoia erano soliti frequentare il nostro territorio, dato che possedevano la Villa-Casale lungo la Via del Piglio e una proprietà ad Anagni, in località Osteria della Fontana.

La visita del Convento di San Lorenzo fu probabilmente l’ultima sortita “spensierata” del Principe prima che gli eventi precipitassero. Nei suoi appunti Padre Quirico riporta un’esclamazione rivolta da un cittadino pigliese al principe Umberto:

《Tra i complimenti, classico è quello del muratore Tufi che gli disse: “Stiamo sistemando belle campane per poterle suonare quanto prima a festa a celebrazione della vittoria!”.» (E.P., pag. 18)

Il cenobio pigliese era in quel periodo sottoposto a un intervento di restauro sotto la direzione dell’ingegner Mario Berucci e dell’impresa Pacetti. Ben presto le parole del costruttore Tufi vennero smentite dai fatti. Più che verso la vittoria, l’Italia procedeva verso una situazione piuttosto controversa.

La mattina dell’8 settembre da Anagni l’auto del Principe si diresse a Roma dove giunse un quarto d’ora prima di un annuncio ufficiale: il Capo di Governo, Pietro Badoglio, aveva firmato l’Armistizio di Cassibile, con cui impegnava il Regno d’Italia a combattere ora al fianco degli Alleati. In altre parole, l’Italia aveva interrotto l’alleanza con la Germania ed era passata dalla parte delle forze anglo-americane. La speranza di poter presto celebrare la fine delle atrocità si riaccese negli animi di molti Italiani, ma presto si diffuse il timore di potenziali ritorsioni da parte dei Nazifascisti che non si fecero attendere.

Ma chi aveva spifferato al Principe Umberto che l’Italia era in procinto di firmare un armistizio segreto con gli Anglo-Americani? Secondo alcuni studiosi, fu Rodolfo Graziani ad informare l’erede al trono sulle trattative in corso tra le due fazioni avversarie. Considerato responsabile del fallimento dell’Operazione Compass a seguito della disfatta della Cirenaica (Libia, gennaio-febbraio 1941), il Maresciallo Graziani era stato destituito da Mussolini per cui, a partire dal 1941, si era ritirato presso la sua villa degli Altipiani, nel territorio di Piglio. Il 5 settembre andando a messa in una chiesetta del posto, Graziani aveva incontrato il Principe Umberto con il quale avrebbe intrattenuto un primo breve colloquio per poi cercare di nuovo il Savoiardo due giorni dopo. I due parlarono della situazione politica e militare dell’Italia e fu presumibilmente in tale occasione che Graziani lo mise al corrente delle voci che gli erano giunte.

Da un altro appunto di Padre Quirico Pignalberi deduciamo che l’ex Maresciallo D’Italia nel 1943 aveva donato l’altare della Cappella del Sacro Cuore al Convento di San Lorenzo:

“A proposito di detta cappella c’è da notare che nell’anno 1943 vi si era fatto l’Altare fisso di marmo, la mensa è stata dono del Maresciallo Rodolfo Graziani (…)” (E.P., pag. 18).

Il contatto tra il Principe e Graziani si può evincere anche dalla testimonianza della signora Maria di Piglio che nel 1943 aveva dodici anni e lavorava al servizio del Maresciallo d’Italia:

Avevo dodici anni. Ricordo bene quando un figlio del Re d’Italia (il principino) venne qui (Altipiani di Arcinazzo) per avvertirlo che stavano venendo i Tedeschi e dovevano fuggire. Ma lui disse che l’Italia non la lasciava. Poi piantò la bandiera d’Italia e se ne andò a Roma per ritornare in seguito agli Altipiani d’Arcinazzo. Dopo qualche mese vennero a prenderlo un tedesco e un fascista. Infine dopo una quindicina di giorni ritornò. Ci chiese – a me e alle altre ragazze che lavoravano per lui – se volevamo rimanere lì a lavorare, ma noi rispondemmo di no e così ritornammo ognuna a casa propria》(M.N., pag. 48)

Il 9 settembre 1943 gli Alleati sbarcarono a Salerno: l’operazione era finalizzata a creare il trampolino di lancio per la conquista di Napoli e del suo porto, fondamentale per il rifornimento delle truppe anglo-americane impegnate nella Campagna d’Italia.

l’Italia dopo l’8 settembre: l’occupazione nazista

Dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 re Vittorio Emanuele III e il Primo Ministro, Pietro Badoglio, fuggirono a Brindisi, lasciando l’esercito in preda alla confusione e allo sbando. L’assenza di una guida politica e militare lasciò le truppe italiane in uno stato di totale disorientamento. La fuga dei due Capi di Stato fece sì che gli ordini impartiti dai vertici militari giungessero contradditori e incerti o venissero in parte ignorati e che fossero i singoli uomini a decidere sul da farsi con le proprie truppe. Mentre circa 50.000 prigionieri alleati vennero caricati su treni merce diretti in Germania, in una minoranza di campi si decideva di scappare in massa.

La testimonianza esclusiva di Domenico Passa, centenario di Piglio

Anche la sorte del nostro concittadino centenario, Domenico Passa, che trascorse gli anni del conflitto in Puglia, cambiò dopo l’8 settembre:

Gli Americani si fermarono a Bari e non proseguirono verso Foggia perché la città era completamente distrutta dai bombardamenti. Persino la stazione era stata rasa al suolo. Io lavoravo all’acquedotto di Foggia insieme al mio reggimento. Ricordo che ovunque voltassi lo sguardo vedevo cadaveri accatastati, pronti per essere gettati nelle fosse comuni》.

Considerando gli Italiani dei traditori, dopo l’8 settembre la reazione della Germania non tardò ad arrivare. Le truppe naziste invasero la Penisola, aggiogandola alle leggi del Terzo Reich e avviando una spietata caccia contro i soldati italiani, ritenuti disertori. Dalla Puglia il nostro concittadino avrebbe dovuto imbarcarsi per la Grecia. La firma dell’Armistizio di Cassibile però fece sospendere le partenze. Il comandante del distretto locale invitò i soldati a tornare a casa. Così da Barletta il nostro Domenico si mise in cammino con una decina di soldati per tornare a Piglio. Lungo il tragitto non riscontrò alcun problema con i Tedeschi, al contrario di un altro nostro concittadino, con cui la sorte non fu tanto benevola. Pierino Biasiotti, anche egli classe 1924, si trovava proprio a Bari quando venne firmato l’armistizio dell’8 settembre e venne subito catturato dai Nazisti.

Il fratello di Domenico invece, classe 1921, era arruolato nel VIII Reggimento di stanza in Grecia e venne fatto prigioniero dagli Alleati.

Piglio, fine estate – autunno 1943

Il Convento di San Lorenzo divenne luogo di rifugio per molti Ufficiali italiani, scampati alle angherie dei Tedeschi, come leggiamo dalle annotazioni di Padre Quirico Pignalberi:

5 – “Avvenuto l’armistizio, l’8 settembre la scena si avvia spaventosamente verso il tragico. Difatti pochi giorni dopo (il 12 settembre) siamo richiesti di alloggiare segretamente alcuni Ufficiali addetti alla persona del Principe, i quali cercano di fuggire dai Tedeschi che li volevano arruolare o portare nei campi di concentramento. Si incominciò col Maggiore Soave Alberto, con l’attendente Egidio Scipioni e aiutante maggiore Ten. Grasselli Carmelo, a cui si aggiunse subito il suo collega Ten. Garelli, ambedue professori e Archivisti di Stato. Pian piano il numero è venuto sempre aumentando d’ogni genere di grado e condizione: un soldato certo Michele… un Sottotenente (Gala), un Maresciallo, un Capitano (Martino), Ten. Colon. Emer. Colon. di Aviaz. Balestracci, il figlio del principe Ruffo, col suo attendente, e varie volte il Principe stesso ci ha dato compagnia” (E.P., pag. 18)

Con la firma dell’Armistizio di Cassibile e lo sbarco di Salerno, le truppe tedesche si sentirono minacciate dall’avanzata alleata, volta a liberare l’Italia dai Nazifascisti. Per bloccare l’incalzare degli Alleati, su disposizione di Hitler il 4 ottobre 1943 i Teutonici allestirono una linea fortificata, nota con il nome di Linea Gustav (“Linea Inverno”). La barriera difensiva univa lo Stivale nel suo tratto geografico più breve dalla costa adriatica a quella tirrenica, sfruttando gli ostacoli naturali costituiti dalle catene appenniniche, che vennero fortificate con torri di avvistamento, filo spinato e postazioni per i cannoni. Lo sbarramento si estendeva da Ortona sul litorale adriatico fino alla foce del fiume Garigliano, tra Lazio e Campania, ed era dominato dall’Abbazia di Montecassino, posta sull’unica via di accesso da sud a nord verso Roma: la Via Casilina.

Linea Gustav. Foto dal web

La Linea Gustav costituiva il fronte meridionale e divideva l’Italia in due parti: a nord il territorio sotto il controllo della Repubblica Sociale Italiana e delle truppe naziste. A sud, le terre conquistate dagli Alleati, che a rilento avanzavano contro il nemico, non riuscendo a sfondare la barriera all’altezza di Cassino.

Piglio, autunno 1943

I Nazisti giunsero a Piglio verso la fine del 1943. La Compagnia tedesca allestì il Quartier Generale in Piazza XX Settembre (oggi “Guglielmo Marconi”) e l’infermeria  nel palazzo semicircolare che lambisce la Giravota e che allora apparteneva ai Borgia. Qui venivano curati i feriti meno gravi provenienti dal fronte di Cassino. Nel tratto di Via Piagge all’altezza degli odierni Giardinetti dove allora vi erano “i due ponti” vennero allestite le cucine da campo. Altre basi della Werhmacht erano sparse in tutto il paese. Un accampamento venne fissato in località Cerce Gustavo (presso Contrada Elcini), che allora era attraversata da un ponte di legno.

Piglio, panorama. Da destra: Piazza Roma – il Viale Umberto I con il palazzo semicircolare e uno dei ponti a sinistra (Via Piagge).

In una delle testimonianze tratte da “Memoria Nostra” (pag. 47), un Pigliese ricorda come nel primo tempo dell’arrivo dei soldati Tedeschi a Piglio si sentisse poco la guerra stessa:

I soldati Tedeschi si comportavano normalmente con la nostra popolazione e lo stesso popolo pigliese pensava che gli invasori fossero normali persone》.

Ma perché per i Nazisti era necessario occupare un paese “insignificante” come Piglio?

Il piccolo borgo ciociaro era (ed è) ubicato in un’area geografica dalla forte valenza strategico-militare per cui il controllo dell’intero comprensorio da parte delle forze nazifasciste fu inevitabile.

Piglio, foto dal gruppo Facebook “Fotografando la Ciociaria”.

Piglio era infatti (ed è tuttora) attraversato e lambito da quelle che nello scenario di guerra costituirono le principali linee di spostamento e di comunicazione per gli eserciti nemici:

  • la Via Prenestina, che i Nazisti sfruttarono come allacciamento diretto tra Roma e l’area ernica;
  • la Via Casilina, che lambisce la terra pigliese nei tratti più marginali. Era considerata la principale via d’accesso da Monte Cassino (caposaldo della Linea Gustav) a Roma prima per i Nazisti poi per gli Alleati;
  • la Via Tiburtina-Valeria, che collega l’entroterra appenninico abruzzese con Roma mediante la Sublacense e la via Piglio-Altiipiani-Trevi. Una tratta dell’asse viario corrispondeva (e corrisponde tuttora) con la Strada Provinciale 20, localmente nota come “Via Romana”.
Piglio e la sua viabilità.

La Werhmacht occupò anche i due Conventi del paese: San Giovanni Battista per la prossimità alla Via Prenestina; e San Lorenzo, che continuava a nascondere gli Ufficiali dell’Esercito Italiano, spacciandoli per frati sfollati da altri monasteri come deduciamo dalla cronaca di Padre Quirico (E.P., pag. 19):

6 – «Per lo più passavano come religiosi sfollati da altri conventi e perciò si era cercato di vestirli da religiosi, chiedendo in prestito le tonache da Roma: S. Giacomo e S. Apostoli (…). Essendo però la cosa piuttosto allarmante specie per la requisizione del locale da parte dei Tedeschi, pensarono pian piano a sfollare e prendere altra destinazione, chi col tentare di passare il fronte e chi per nascondersi nelle campagne. Così fu la fine di ottobre, la sera del 27 (ottobre) si restò soli».

Piglio, Convento di San Lorenzo. Foto di Alberto Loreti.
Piglio vista dal Convento di San Giovanni Battista. Foto di M. Pirosini

Non dimentichiamo inoltre che dalle alture pigliesi, Monte Scalambra, Pilarocca e Adavito, soprattutto nelle giornate più limpide, è visibile il litorale laziale in cui, da un momento all’altro, si aspettava uno sbarco alleato per circoscrivere i Nazisti.

Piglio, panorama parziale dal Monte Pila Rocca. Dalla vetta è visibile l’intero comprensorio a 360°, dagli Appennini al litorale laziale. Foto di M. Pirosini

Con la linea del fronte attestato a Cassino cambiarono le sorti anche per la località degli Altipiani di Arcinazzo, in cui i Nazifascisti allestirono un Comando Generale. Nota era la valenza strategica della famigerata località montana, che ora viene sfruttata a vantaggio delle operazioni belliche.

Gli Altipiani divennero un importante centro di rifornimento alimentare e logistico delle truppe che combattevano a Cassino, nonché un sito di atterraggio per il piccoli aerei leggeri della Luftwaffe (l’aviazione tedesca). Di nuovo attingiamo le informazioni dall’autobiografia di Memmo Passeri, secondo il quale novecento soldati delle SS avrebbero stazionato presso l’alpestre località ciociara per il rifornimento (M.P., pp. 81-83).

Gli abeti del vivaio forestale fondato, da Sir Walter Becker, abbellivano le ville dei protagonisti del regime, assicurando discrezione e riservatezza. Fatta eccezione per Villa Parodi, tutte le altre vennero occupate dalle Schutz Staffel (o SS) e utilizzate per nascondere armi, veicoli e munizioni. A Villa Paolucci de’ Calboli i Teutonici nascosero i forni mobili, destinati alla preparazione del pane per le truppe che combattevano sul fronte di Cassino.

Essendo un grande snodo di comunicazione da cui si poteva raggiungere qualunque punto della Penisola, le distese degli Altipiani erano particolarmente transitate dalle varie compagnie militari che si davano il cambio a Cassino. Al transito nazifascista si alternavano i raid aerei alleati che mitragliavano i mezzi tedeschi in transito soprattutto durante la notte. Si hanno notizie di quattro aerei americani abbattuti sulla piana e di un di quinto caduto sul Monte Retafani.

La convivenza tra soldati e Pigliesi risultò in un primo momento pacifica. Non mancavano dei momenti di attrito in quanto gli occupanti spesso si ubriacavano e importunavano le donne o rubavano galline, uova, grano, olio e tutto ciò di cui la popolazione aveva bisogno per sopravvivere e che già di per sé scarseggiava. C’è chi ricorda la fame e la prepotenza dei Tedeschi “che non trattavano le persone italiane come loro pari, che prendevano il cibo dai poveri contadini e pastori di Piglio” (M.N., pag. 49).

Il signor Giovanni, classe 1934 aggiunge:

《L’Italia aveva chiesto l’armistizio ed eravamo partigiani. Eravamo trattati male. Tutti eravamo in condizioni penose, tutti, senza eccezioni: uomini, donne, anziani e bambini. Veniva fatta razzia di ciò che avevamo, stavamo a digiuno per giorni. Io lavoravo nei campi per guadagnarmi un tozzo di pane che mi dava un battaglione di Tedeschi, poi però ne passava un altro che riconosceva quel pane, nero come il loro cuore, e se lo riprendeva》.

Fiuggi, zona ospedaliera

Fiuggi, il Palazzo della Fonte (oggi “Palazzo Fiuggi”) appena inaugurato (1913). Ringrazio Marco del Bar Francesca per la cortese concessione della foto.

La cittadina termale vide l’occupazione nazista a partire dall’estate del 1943. Gli invasori impiegarono le strutture alberghiere per lo più a fini ospedalieri. La Werhmacht stabilì il Quartier Generale dapprima al Grand Hotel Falconi, poi all’Hotel Universo (allora Hotel Rinascente) infine presso il Palazzo della Fonte (oggi “Palazzo Fiuggi”). La raffinata e imponente struttura in stile Liberty, costruita nel 1913, venne adibita a ospedale militare. Mentre sul tetto del Palazzo della Fonte vennero verniciate due grandi croci rosse e bianche per evitare i bombardamenti nemici, frequenti erano le visite del Feldmaresciallo Kesserling.

Fiuggi, veduta aerea sul vecchio Palazzo della Fonte (oggi “Palazzo Fiuggi”), anni Trenta. Ringrazio Marco del Bar Francesca per la cortese concessione della foto.

Perché i Nazisti adottarono la svastica?

La svastica, nome che deriva dal sanscrito “swa-sti” ovvero “sta bene” o “benessere”, era in origine un simbolo di buon auspicio. Si presenta come una croce i cui bracci sono dotati di un segmento ad angolo retto, per questo è nota anche come “croce uncinata”. I segmenti vogliono simulare un movimento roteante probabilmente la rotazione del Sole, apportatore di vita, nel cielo. Grazie alla sua connotazione positiva, la svastica venne utilizzata dalle civiltà più svariate sin dalla notte dei tempi. Dall’India alla Cina, dove è conosciuta come Lei-winn (“il tuono che rimbomba”), simbolo dell’infinito; dall’Eurasia all’America precolombiana, la croce uncinata sembra esser stata adottata da alcune società sin dal Neolitico come simbolo di prosperità. In Europa compare su dei manufatti di epoca precristiana. Ancora oggi è un simbolo sacro nell’Induismo e nel Buddismo e la si può ammirare su alcuni templi dell’Indonesia fino ad arrivare a località più vicine alla nostra realtà. Il caso più clamoroso si trova ad Amaseno nella Chiesa della Madonna dell’Auricola, dove la svastica ricopre le pareti affrescate dell’edificio sacro (Per chi volesse approfondire, consiglio di leggere: https://www.ilpuntosulmistero.it/i-misteri-del-santuario-della-madonna-dellauricola-iv-e-ultima-parte-di-giancarlo-pavat/; articolo di Giancarlo Pavat).

Ma allora come è passata dall’avere una connotazione positiva ad essere l’emblema degli orrori del Nazismo?

La svastica  conobbe una riscoperta nel corso del XIX secolo, quando l’archeologo tedesco Heirinch Schliemann scoprì una croce uncinata sulle rovine dell’antica Troia e la associò ad artefatti simili rinvenuti su del vasellame trovato in Germania. La scoperta di Schliemann venne ripresa e strumentalizzata dal movimento tedesco völkisch, i cui esponenti confluirono nella Thule Gesellschaft (Società Thule), un gruppo di studio apolitico, paramassonico e occultista, nato tra il 1911 e il 1919, che presto avrebbe ricoperto un ruolo centrale nel gettare le fondamenta del Nazismo. I membri della Thule sostenevano che i Tedeschi fossero diretti discendenti degli Ari, un antico popolo composto da individui ritenuti semidei che un tempo abitavano la perduta isola di Thule, da cui avrebbero raggiunto l’Eurasia e dato origine al popolo ariano.

La svastica nell’emblema della Thule Gesellschaft (1919). Foto Wikipedia

Il massimo sostenitore di tale teoria fu Rudolf Von Sebottendorf, ingegnere con doppia cittadinanza tedesca e turca, considerato una delle personalità più influenti della Thule, nonché il padrino dell’ideologia nazista per averne plasmato la visione e formato spiritualmente i membri del partito. Egli era un massone e si distinse per le pratiche bizzarre a cui si dedicava: la numerologia, l’alchimia, la meditazione sufi e l’astrologia. La cittadinanza turca lo portò in contatto con lo studio dei codici in sanscrito, in cui il termine arya era utilizzato come sinonimo di  “nobile, puro”, il che gli ispirò la teoria degli “Ariani”. Con questo termine gli studiosi della Thule iniziarono a identificare le popolazioni del Nord Europa presenti sin dal III millennio A.C. nell’area che va dalla Scandinavia meridionale fino alla Germania settentrionale. Nel XIX secolo il concetto di razza ariana venne utilizzato come sinonimo di una razza superiore di cui i Tedeschi erano i maggiori esponenti, per questo essi erano chiamati a salvaguardare il patrimonio genetico “ariano” e difenderlo dalle potenziali minacce di mescolanza con altre razze considerate non ariane (= impure, non nobili) tra cui gli Ebrei, gli Slavi e i Rom.

Fu proprio Rudolph von Sebottendorf ad adottare per primo la svastica come emblema della Società Thule. Egli partecipava parallelamente agli incontri del NSDAP (Partito Tedesco dei Lavoratori), diventato successivamente Partito Nazista per volere dello stesso Hitler con cui Von Sebottendorf entrò inevitabilmente in contatto. Le teorie di Schliemann e di Sebottendorf, secondo i quali la svastica era un simbolo dell’identità ariana e dell’orgoglio nazionalista tedesco, vennero assorbite dai Nazisti, che nel 1920 adottarono la croce uncinata (hakenkreuz in tedesco) come emblema del partito sotto la spinta del Führer. La svastica divenne così l’icona della propaganda nazista e iniziò a comparire ovunque si facesse riferimento alla immaginaria razza ariana. I Nazisti divennero i massimi promotori della superiorità del popolo germanico-ariano, predicando il razzismo, l’antisemitismo e una nuova spiritualità basata sulla riscoperta del paganesimo contro le istanze cristiane.

Da simbolo di buon auspicio la svastica venne dunque mutuata dagli occultisti nazisti che avevano fondato la loro ideologia su teorie infondate e strumentalizzate dal fanatismo ariano. Oggi è così ampiamente associata alla Germania di Hitler e agli orrori del Nazismo da essere proibita in molti Paesi del mondo.

 Ebrei e sfollati a Piglio

 Sul portale di due note attività commerciali situate lungo Viale Umberto I, è visibile una figura geometrica incisa assieme a una data (1911) e a due lettere (N.G.). La somiglianza con la Stella di David è palese. Ma non possiamo affermare con certezza che si tratti del noto simbolo ebraico. L’artefatto è al vaglio degli esperti: secondo alcuni si tratterebbe di un semplice esagramma senza alcuna connotazione esoterico-religiosa, ma il dubbio resta.

Piglio, la presunta Stella di David in Viale Umberto I e le lettere “N.G.”. Foto di M. Pirosini
Piglio, la presunta Stella di David in Viale Umberto I con la data “1911”. Foto di M. Pirosini

Ignoto è anche il riferimento della data e il significato delle due lettere. Che si tratti delle iniziali del proprietario dell’edificio? Era forse un Ebreo? Purtroppo lo stato attuale delle ricerche condotte dalla scrivente non è in grado di dare una risposta esaustiva. A rendere il caso ancora più clamoroso è l’ubicazione delle due presunte Stelle di David. Si trovano proprio di fronte Piazza Roma, di fondazione fascista. È probabile che le due incisioni nulla avessero a che vedere con la guerra, ma se si trattasse di stelle ebraiche, come poterono passare inosservate alle forze politiche del fascio e dell’occupazione nazista? Come riuscirono a convivere (e a sopravvivere) per tutti gli anni di conflitto con chi avrebbe voluto eliminarne ogni minima traccia? È un vero enigma a cui spero di dare una risposta nel più breve tempo possibile.

L’antisemitismo propugnato dal Nazismo venne ufficialmente sancito nel settembre 1935 dalle cosiddette Leggi di Norimberga, una serie di provvedimenti finalizzati a escludere gli israeliti dalla vita pubblica, limitandone (se non proibendone) la possibilità di svolgere le proprie attività professionali e vietando i matrimoni misti per non “inquinare” la superiore razza ariana.

In Germania gli Ebrei costituivano una minoranza, concentrata soprattutto nelle grandi città, in cui occupavano la fascia medio-alta della scala sociale. Svolgevano per lo più la professione da commerciante o ricoprivano posizioni di prestigio nell’industria e nell’alta finanza. Dietro le folli istanze divulgate dal Nazismo, i militanti del partito volevano in realtà colpirne il potere economico. La persecuzione antisemita si inasprì a partire dal novembre 1938 a seguito dell’uccisione di un diplomatico tedesco a Parigi per mano di un Ebreo. I Nazisti colsero l’occasione per attuare una grande repressione in tutta la Germania nella notte fra l’8 e il 9 novembre, passata alla Storia come “notte dei cristalli” per via delle innumerevoli vetrine dei negozi, appartenenti a Ebrei, distrutte dai manifestanti. Vennero danneggiate o devastate anche le sinagoghe e le abitazioni. Migliaia di Ebrei vennero arrestati o uccisi. D’ora in avanti la vita per gli Israeliti in Germania divenne impossibile. Accusati di cospirare contro il governo, vennero privati del lavoro, dei beni e costretti a fuggire.

Nello stesso anno in Italia il governo Mussolini emana le Leggi Razziali sul modello della legislazione nazista del’35, volte a emarginare gli Ebrei e a escluderli dalla vita pubblica ed economica del Paese.

Dopo l’8 settembre i Nazisti occuparono lo Stivale e il 16 ottobre 1943 l’odio e il fanatismo ariano si scagliò sugli Ebrei del Ghetto di Roma, da cui migliaia di uomini, donne e bambini vennero prelevati contro la loro volontà e deportati ad Auschwitz. Il rastrellamento rispondeva a un piano concepito da Hitler e dai suoi seguaci a guerra già iniziata: la cosiddetta “soluzione finale”, che prevedeva la deportazione di massa e lo sterminio totale del popolo ebraico nei campi di concentramento.

Per sfuggire alla persecuzione nazifascista da Roma alcuni Ebrei si rifugiarono nell’entroterra appenninico. Varie testimonianze narrano di Ebrei rifugiatisi a Piglio. È il caso di Sara, classe 1924, una delle poche “fortunate” (si fa per dire) che durante la guerra venne nascosta nella casa di Rosalina e Vincenzo (M.N., pp. 45-46). I genitori di Sara, stabilitisi a Roma nel 1935, avevano intrecciato una stretta amicizia con i due Pigliesi, a cui affidarono la vita della loro unica figlia.

Sara racconta che il giorno della partenza era pallida e non aveva neanche la forza di parlare. Si limitò ad abbracciare i genitori senza dire nulla. Giunta a Piglio, Rosalina e Vincenzo la accolsero nella propria casa con gentilezza, pur consapevoli del rischio che stavano correndo. La nascosero in cantina, in cui ella dormiva e trascorreva tutto il suo tempo senza uscire. Finché una sera un gruppo di soldati di stanza a Piglio, con il pretesto di andare a cena dalla coppia, colse l’occasione per perquisire la casa.

La storia di Sara non fu l’unico caso. Un’altra testimonianza racconta dei Mazzucchi, che nascosero una famiglia di Ebrei in casa (M.N., pp. 46-47). E ancora la signora Antonia Macciocca, classe 1931, riporta la testimonianza dei suoi suoceri che ebbero il coraggio di ospitare in casa un’altra famiglia di Ebrei (M.N., pag. 45). Un terzo testimone anonimo racconta (idem, pag. 47):

Ero nel Convento di San Lorenzo e un giorno ci portarono degli Ebrei che si nascondevano dai Nazisti e ci dissero se potevano lasciarli qui. Io gli dissi che mi sarei preso cura di loro e così li camuffammo da monaci e da pellegrini di passaggio》.

Oltre alla presenza degli Ebrei, Piglio accolse un gran numero di sfollati, provenienti dalle regioni meridionali e soprattutto dai paesi ubicati in prossimità del fronte di Cassino. È il caso della famiglia del dottor Luigi Fargnoli, originaria di Pignataro, un paesino ciociaro sottoposto giornalmente a bombardamenti e cannoneggiamenti perché situato proprio sulla linea Gustav, lungo la quale erano giunti gli Alleati:

La popolazione, terrorizzata, aveva abbandonato il paese disperdendosi nelle campagne; così fece anche la famiglia di mio padre – ovvero del dott. Luigi Fargnoli (n.d.a.) – dato però che i pericoli aumentavano ogni giorno di più, i fratelli decisero di andare a Piglio, che si trovava lontano dal fronte. Nonna Domenica con zia Colomba giovane sposa, il marito zio Ginetto con la vecchia madre e zio Angelo che era convalescente a seguito di alcune ferite dovute a cannoneggiamenti, intrapresero il viaggio verso Piglio, trascinando un carrettino su cui avevano sistemato le due anziane donne con qualche bagaglio. Per giungere a Piglio la via più breve era la Casilina, ma venendo essa costantemente mitragliata e bombardata, pensarono di percorrere vie secondarie, unendosi a una lunga teoria di profughi che, arrancando carichi di fagotti e di disperazione, cercavano di allontanarsi dalla zona del fronte con la speranza di un prossimo ritorno.》(L.F. 1, pag. 87)

Accoglievamo gli sfollati》commenta Carmela, classe 1930 《senza sapere se fossero ebrei o italiani》(M.N., pag. 51).

Gli sfollati vennero in parte accolti dai nostri concittadini, in parte trovarono rifugio in montagna. Altri non hanno potuto ospitare gli sfollati perché “gli sfollati eravamo noi!”.

Piglio, inverno 1943

L’attrice e cantante tedesca Marlene Dietrich. Foto Wikipedia

«Vor der Kaserne] Vor dem großen Tor,] Stand eine Laterne.] Und steht sie noch davor,] So woll’n wir uns da wieder seh’n,] Bei der Laterne wollen wir steh’n] Wie einst Lili Marleen] Wie einst Lili Marleen».

Brano di Marlene Dietrich. Ascoltalo da YouTube:

 «Davanti al cancello della caserma] Si ergeva una lanterna] Si trova ancora lì.] Se volessimo, potremmo ritrovarci ancora,] per stare vicino alla lanterna,] Come una volta, Lili Marleen] Come una volta, Lili Marleen”.

La banda della Wehrmacht allietava la rigorosa vita di caserma con le note di Lili Marleen. La nostalgica melodia tedesca riecheggiava tra gli antichi vicoli di Piglio ogni sera alle 22:00 da Piazza XX Settembre, oggi Guglielmo Marconi, al Viale Umberto I (dalla testimonianza di Ennia Giorgi, classe1926).

Frequenti erano i furti e le sottrazioni delle già scarse scorte alimentari come farina, uova, zucchero, olio e vino, che i Nazisti perpetravano costantemente ai danni dei civili. Due commilitoni riuscirono a sottrarre la radio di casa Fargnoli che costituiva, sia per la famiglia del medico, sia per il paese intero, uno dei rari mezzi di comunicazione da cui apprendere gli aggiornamenti dai fronti di guerra.

Difficoltoso e scoraggiante era accedere ai medicinali come riportato di nuovo dalla testimonianza del signor Antonio Fargnoli, figlio del medico condotto a Piglio in quegli anni drammatici (L.F.1, pag. 79):

«La preoccupazione più assillante per papà durante il periodo bellico era la carenza di medicinali e dei presidi da Pronto Soccorso come garze, cotone, fili da sutura, siringhe, ecc., la cui gran parte veniva inviata negli ospedali non solo militari, ma anche civili, soprattutto quando cominciarono i bombardamenti sulle grosse città e i rientri dei feriti dai vari fronti di guerra.»

Malgrado il terrore che gli invasori incutevano sulla popolazione, secondo alcune testimonianze, la convivenza con i Pigliesi risultò talvolta ricca di tensione ma tutto sommato pacifica. Dai racconti di chi ha vissuto l’infanzia proprio in quei drammatici anni emerge un aspetto singolare, che vede protagonisti gli austeri uomini in uniforme con i numerosi fanciulli che popolavano il paese. Alcuni anziani ricordano di aver assistito alle attività svolte giornalmente dal reparto locale soprattutto tra Piazza dell’Olmo e Via Borgo Sant’Antonio, dove i Teutonici avevano allestito un’altra base militare. Mentre i soldati erano alle prese con le marce e le esercitazioni, i bambini si divertivano a rendergli dei dispetti, imitando i loro movimenti o lanciando i sassi contro il plotone. Fortunatamente scamparono il rischio di subire potenziali ritorsioni.

La signora Domenica Noro (Memmuccia Micitto, nonna paterna della scrivente), di anni sette nel 1943, ricorda di aver spesso ricevuto gallette e cioccolata da un ufficiale tedesco che la prendeva in braccio perché le ricordava la figlia coetanea, lasciata in Germania.

Anche la signora Pierina Borgia, classe 1934, ricorda di aver ricevuto gallette, pane scuro e caramelle dai soldati della Wehrmacht. La signora Elvira racconta che i Tedeschi si erano stanziati nella casa dei suoi genitori ancora in Via Borgo Sant’Antonio. Nella casa c’era una grotta dove la fanciulla trascorreva gran parte del suo tempo per la paura della guerra. Aveva nove anni e un soldato la prendeva in braccio per farla sedere su un carro armato. Era protettivo con lei e nel vederla spaventata le dava dei biscotti, trattandola come una figlia perché anche lui aveva una bambina coetanea.

Non mancarono rapporti di stima e amicizia tra gli abitanti più facoltosi del posto e gli Ufficiali della Werhmacht, come testimoniano le parole di Antonio Fargnoli: (L.F.1, pag. 86)

«Nella casa che allora era dei Borgia (…), i Tedeschi avevano allestito una piccola infermeria in cui venivano curati i loro feriti meno gravi che affluivano da Cassino. Spesso Fargnoli si doveva prendere cura anche di loro. Con uno di questi aveva stretto una certa amicizia. Era un Maggiore che aveva studiato Architettura a Firenze e parlava perfettamente l’italiano. Mia madre ricordava che, molto spesso, l’ufficiale insieme a un cappellano luterano che si faceva capire parlando in latino, andavano a cena da loro, ma gradivano quasi esclusivamente verdura e insalata di cui avvertivano la mancanza. Non appena entrati in casa, il Maggiore si toglieva il cinturone con la pistola e lo posava su una sedia, in segno di rispetto verso la casa ospitante. Il cappellano non portava mai la pistola. Il Maggiore, per tutta la sera, voleva tenere sulle ginocchia i miei fratelli, specialmente il piccolo Giuseppe che, con il suo aspetto paffuto e biondo, gli ricordava i due figlioletti lasciati in Germania. Questi due tedeschi (…) mai parlarono di politica e mai dissero una parola offensiva nei confronti dell’Italia o degli Italiani》.

 Fu grazie all’intervento dell’Ufficiale tedesco se il dottor Fargnoli riuscì a recuperare la radio che gli era stata ingiustamente sottratta:

《Una sera che non videro più la radio, che a volte volevano ascoltare, e che al mattino era stata sequestrata, o meglio rubata, da due loro commilitoni, il Maggiore uscì di casa e poco dopo tornò con i due che riportarono la radio》.

Vi è un inedito che vede protagonisti gli abitanti locali alle prese con i soldati. La signora Ennia, classe 1926, racconta:

Una sera il mio fidanzato Antonio, che presto sarebbe diventato mio marito, era ospite a casa per la cena. Mio padre, Giorgio Giorgi, decise di aprire le due damigiane che avevamo nascosto nella rimessa per brindare al mio fidanzamento, ma con il buio del coprifuoco era impossibile trovarle. Allora mio padre decise di accendere un lumino…》.

Dopo pochi istanti un reattore (non è noto se tedesco o americano) che attraversava i cieli di Piglio, captò il lumino e lanciò uno spezzone incendiario. Lo spezzone colpì l’angolo della casa, sfondò il tetto, il solaio e finì al piano terra. La piccola rimessa che fungeva anche da falegnameria si incendiò in un baleno. I Tedeschi, stanziati in Via Piagge, notarono il fuoco e si precipitarono con gli estintori.

《Conoscevano mio padre perché era il falegname del paese e spesso si recavano da noi per farsi fare dei lavoretti in legno》.

《I Tedeschi》 afferma Benedetto Costantini, nato a Roiate nel 1924《 facevano bella e brutta faccia》.

Aveva quindici anni quando da lui, a Roiate, “è arrivata la guerra”. Ricorda che insieme ai suoi cari si nascondeva in montagna, soprattutto quando sentivano gli aerei incombere sulle loro teste. Ma Roiate non venne bombardata. Suo nonno, Luigi Ercoli, era Pigliese, noto a Roiate come Reuccio deglio Piglio. Apparteneva a una delle famiglie più benestanti di Piglio. Era infatti il proprietario di terre e palazzi situati in prevalenza tra Viale Umberto I e le scalette della Giravota:

《I Tedeschi sembravano dei gentlemen. Con noi, con la mia famiglia, non sono stati cattivi. Ma erano severi per via delle loro mansioni da militari. Erano tutti educati e conoscevano molto bene la storia italiana. Ci regalavano sempre il pane fatto da loro. Erano bravi lavoratori, sempre attenti agli sprechi. Sono diventati acidi per gli attriti di guerra e se provavi a truffargli qualcosa, ti dicevano “Kaput!”. Ti ammazzavano.

E le parole di Benedetto risuonano come un presagio di quanto sarebbe accaduto in paese di lì a pochi mesi.

 Piglio, gennaio – febbraio1944

Mentre si attendeva l’arrivo degli Alleati, i partigiani pigliesi, in contatto con le bande di Paliano, Serrone, Palestrina e Roma, si mobilitarono fin dal gennaio 1944. Contribuirono alla lotta per la Resistenza e la Liberazione attaccando più volte i reparti tedeschi con aggressioni e atti di sabotaggio. I Teutonici rispondevano puntualmente con rastrellamenti e deportazioni verso il Nord Italia, soprattutto verso il lager di Fossoli, in provincia di Modena, e della Germania (M.F., pag. 74).

Nel frattempo gli Alleati si erano attestati nei pressi della Linea Gustav in cui però erano in stallo da mesi. A complicare la loro avanzata verso Roma subentrarono le pessime condizioni climatiche. L’inverno del ’43/’44 fu caratterizzato da temperature particolarmente rigide e abbondanti precipitazioni. Pioggia e neve ingrossavano i fiumi, impedendo alle forze anglo-americane di attraversare il Garigliano e i suoi affluenti. Le forze liberatrici si erano arenate al confine della Provincia di Frosinone e non riuscivano a sfondare il fronte di Cassino. Tutti i paesi della Ciociaria, specialmente quelli posti lungo la Casilina o attraversati dalla ferrovia venivano costantemente bombardati dagli Alleati per rallentare i rifornimenti tedeschi verso il fronte e per aprirsi un varco verso Roma. In questi mesi ebbe inizio la Battaglia di Cassino a seguito della quale persino la splendida Abbazia di Monte Cassino venne (inutilmente) rasa al suolo.

L’abbazia di Monte Cassino prima, durante e dopo i bombardamenti del 1944. Foto da Facebook, gruppo “Beni Culturali Italiani”.

La popolazione, stremata dalla fame, dal terrore e dal freddo, rispondeva inerme al disastro. Di nuovo dalla testimonianza della signora Ennia traspare il ricordo delle tante donne di Piglio, intente a raccogliere la legna in Via Pallucci con l’aiuto dei pazienti asinelli con cui affrontare quell’inverno inclemente. Via Pallucci era allora una mulattiera che collegava il borgo di Piglio con il Convento di San Lorenzo. La casa dei Giorgi era una delle poche abitazioni ubicate lungo l’antico tratturo.

Verso la fine del mese giunse la notizia di uno sbarco. Il 22 gennaio 1944 gli Alleati sbarcarono ad Anzio. Dal litorale laziale si avvicinarono gradualmente verso l’entroterra, mettendo a dura prova la resistenza tedesca.

I Nazisti, allarmati dall’avanzata nemica che premeva ora da sud e da ovest, inasprirono l’atteggiamento nei confronti dei civili, giacché si diffuse la notizia che i contadini del posto avevano offerto riparo e protezione ai primi soldati anglo-americani, giunti nella campagna di Piglio.

Leslie Young si rifugia a San Lorenzo

La notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 1944 il Maggiore dell’Esercito Britannico Leslie Young e il compagno neozelandese Charlie Gatenby giunsero presso il Convento di San Lorenzo. Il Maggior Young e Gatenby erano due ex prigionieri fuggiti dal campo di detenzione PG49 di Fontanellato in Provincia di Parma. Per comprendere le ragioni del loro arrivo a Piglio dobbiamo tornare all’Armistizio dell’8 settembre.

Leslie Young era stato catturato dalle truppe italo –tedesche durante la Guerra del Nord Africa dopo il 1940 e detenuto nel lager di Fontanellato, il cui unico comandante fu il Tenente Colonnello Eugenio Vicedomini. Dopo l’annuncio della firma dell’Armistizio di Cassibile, il campo si ritrovò senza guardie a custodire i prigionieri e gli alti comandi in preda alla confusione e al caos, data l’incertezza con cui venivano impartiti gli ordini. Il 9 settembre 1943 Leslie Young riuscì a fuggire dal lager parmense per dirigersi verso il litorale laziale. Nel tragitto di fuga verso Anzio Leslie Young e Reg Dickinson, pilota della Royal Air Force, l’aviazione britannica, fuggito dalla prigione di Modena, vennero accolti, nutriti e protetti dai contadini che incontrarono nelle campagne italiane. Lungo il viaggio ai due ex prigionieri si unì il soldato neozelandese Charlie Gatenby, ferito a una gamba. In terra umbra il trio si separò: Young e Gatenby proseguirono insieme verso il Lazio, mentre Dickinson optò per un’altra direzione.

Il Maggiore Britannico Leslie Young. Fonte: https://archives.msmtrust.org.uk/pow-index/young-leslie/.

Nel tragitto di fuga, dopo aver sostato a Vallepietra, a mezzanotte vennero svegliati da una notizia allarmante: i Tedeschi stavano cercando i fuggiaschi in paese, per cui i due dovettero scappare tempestivamente. Leggiamo dalle annotazione del signor Nick Young, figlio del Maggiore, che nel 2007 ha ripercorso l’intero tragitto di fuga da Fontanellato ad Anzio, compiuto ottanta anni fa dal padre, che attraverso i sentieri di montagna, suo padre e Charles Gatenby raggiunsero Piglio:

«Il giorno successivo fecero buoni progressi lungo il valico roccioso verso la grande città di Piglio, che si trova di fronte a un profondo burrone. Nel tardo pomeriggio, avvistarono una pattuglia tedesca che veniva verso di loro lungo il sentiero: era troppo tardi per sottrarsi all’azione, così proseguirono, cercando di sembrare il più possibile italiani e la pattuglia li superò senza incidenti. Prima di arrivare a Piglio, in cima a una collina che dominava la città, si fermarono al Convento di San Lorenzo, dove furono accolti dai monaci che gli dettero da mangiare e un letto per la notte. Per papà, il convento era forse una fortuna complicata perché “pensava che il monaco non avrebbe mai smesso di parlare”! il loro sonno fu disturbato dal rumore di un violento combattimento dalle spiagge di Anzio, dove si stavano dirigendo».

Da una nota di Luigi Fargnoli (L.F.2, pag. 70) leggiamo che il birocciaio del paese, Biasio (Biagio) Ballitto e sua moglie Maria, avevano nascosto in casa un soldato inglese ferito, ospitandolo in segreto fino all’arrivo degli Alleati.

Piglio, marzo 1944

L’incalzare del nemico spinse i Teutonici a riversarsi verso l’entroterra appenninico da cui era più facile controllare il territorio. Padre Quirico scrisse che un reparto della Wehrmacht, stanziata a Piglio, era giunta a effettuare dei continui sopralluoghi nel Convento di San Lorenzo:

«Intanto avvennero varie visite dei tedeschi per prendere alloggio al Convento e facendo noi le cose sempre difficili, se ne andavano. Un fatto peggiorò le condizioni del paese.» (E.P., pag. 21)

Ma che cosa era accaduto?

La Seconda Guerra Mondiale a Piglio scoppiò la mattina del Sabato Santo di Pasqua. Ci furono dei bombardamenti da parte dei Tedeschi perché un signore pigliese aveva ucciso un tenente maggiore tedesco nelle campagne di Piglio” (Filippo Aglitti; M.N., pag. 45).

Era il pomeriggio del 18 marzo 1944 quando un Maresciallo della Wehrmacht venne ucciso da un cittadino pigliese. Dalle testimonianze raccolte non è molto chiaro quale fosse il vero movente dell’omicidio. Secondo alcuni intervistati, l’onesto e innocente ufficiale teutonico si era recato presso la casa dei Dell’Omo, una delle famiglie più benestanti della Piglio degli anni Trenta e Quaranta, per acquistare delle uova con cui celebrare l’indomani il suo onomastico, San Giuseppe. Il Pigliese avrebbe freddato il soldato senza una vera ragione apparente. Secondo alcune testimonianze, semplicemente perché spinto dalla paura. Secondo altre invece la spietata reazione del nostro concittadino sarebbe stata dettata dal tentativo di rubare le uova. C’è chi ritiene che il Maresciallo avrebbe invece importunato le donne della famiglia, inducendo l’uomo a impugnare le armi. Chi invece insinua che i Dell’Omo fossero dei partigiani.

Ma qual è la verità?

Per capirlo o per avvicinarci il più possibile ai fatti reali non ci resta che affidarci all’intervista del signor Guido Dell’Omo, classe 1932, rilasciata nel settembre 2021 a quotidiano Anagnia:

La mia famiglia, residente a Piglio in località Pompiano, aveva ospitato quattro inglesi in cerca di alloggio che si erano salvati dai tedeschi gettandosi con il paracadute in quella zona”.

Una spiata fascista riportò la notizia agli ufficiali teutonici stanziati ad Acuto, che non poterono ignorare il fatto.

Una pattuglia composta da un Maresciallo e da due militari tedeschi” prosegue Guido “dopo aver preso il trenino alla stazione di Acuto, scese a quella di Piglio alla ricerca degli Inglesi”.

La vecchia stazione ferroviaria di Piglio, situata lungo la Via Prenestina. Dove un tempo correva il trenino, oggi si può percorrere a piedi o in bici la Pista Ciclabile. Foto dal web

È probabile che il vero intento della visita da parte degli ufficiali tedeschi fosse dunque quello di perquisire la casa e il potenziale acquisto delle uova per celebrare l’onomastico fosse solo il pretesto per fare irruzione in casa dell’Omo. La scintilla che scatenò la sparatoria è tuttora ignota. Fatto sta che il Maresciallo cadde morto “sulla via di Pompiano con la pallottola ancora alla tempia” commenta Giovanni, classe 1934 (M.N. pag 50). Gli altri due soldati si salvarono e, tornati al Comando di Acuto, riferirono l’accaduto. D’ora in avanti avranno inizio le ore più buie per Piglio:

Subito dopo un plotone tedesco si presentava sul luogo dell’eccidio e, dopo aver bruciato le capanne della zona che servivano per il ricovero degli animali domestici, presero mio padre Piero Dell’Omo, classe 1894, mio fratello Alfredo, classe 1926, mio zio Romolo Dell’Omo, classe 1892, mio cugino Alessandro Dell’Omo, classe 1926 e Antonio Colavecchi, classe 1914”.

L’uccisione del Maresciallo ebbe delle inevitabili ripercussioni in tutto il paese. Dalle testimonianze raccolte, in linee generali, si percepisce come la condotta dei Tedeschi,  “che prima non erano cattivi”, cambiasse radicalmente rispetto al modo di comportarsi e di trattare i Pigliesi proprio in seguito al fatto.

Vennero fissati tre carri armati in luoghi strategici: uno alla Giravota; un secondo lungo la via per San Lorenzo, su un monticello da cui si controllava tutto il borgo e la campagna sottostante; un terzo in località Vado Oscuro per sorvegliare le strade più importanti. Il coprifuoco venne inasprito:

I soldati passavano a controllare che nessuno fosse fuori dalle proprie case. Il solo rumore degli stivali delle sentinelle che battevano sul selciato mi intimoriva” (M.N., pag. 48).

I Teutonici risposero anche con punizioni esemplari e rastrellamenti: cominciarono a malmenare i Pigliesi, soprattutto i complici o quelli che non sembravano collaborativi, e a sottoporli alle purghe, costringendoli a bere l’olio di ricino. Vale la pena ricordare degli episodi che vedono ancora protagonista il Dott. Luigi Fargnoli (L.F.1, pp. 87-89):

Due tedeschi durante il coprifuoco, nonostante sapessero che mio padre era il medico del paese e che aveva il permesso di circolare, lo malmenarono prendendolo a calci. Ci volle tutta la sua forza di volontà per non reagire, altrimenti lo avrebbero sicuramente ucciso all’istante”.

E ancora: “dopo aver fatto una visita presso una casa dalle parti della Piaia, mio padre fu preso intenzionalmente di mira da una camionetta tedesca che, procedendo in senso contrario, improvvisamente attraversò la strada per cui ebbe la prontezza di ripararsi dietro lo spigolo della porta di casa di Domenica Ingiosi (Meca Picchiucchiera). Gli venne in aiuto Giovanbattista Graziani (Titta Capoccetta), che aveva assistito al fatto e che cercò di aiutarlo nel liberarsi da quella scomoda posizione, mentre i due Tedeschi, ridendo in modo sguaiato non prestarono alcun soccorso, nonostante mio padre avesse riportato una forte contusione alla spalla sinistra e un grosso ematoma al fianco”.

In un’altra occasione due Tedeschi gli puntarono il mitra al petto per aver difeso un anziano che era stato strattonato e malmenato dai medesimi. Lo intimarono ad andarsene, ma il Dott. Fargnoli gli fece capire che era il medico del paese. Uno dei commilitoni lo colpì con la canna del mitra, ferendolo al labbro e allo zigomo. Venne soccorso da una donna che lo aiutò a disinfettare le ferite.

Dal racconto di una testimone anonima, tratta da Memoria Nostra (pag. 53), leggiamo che un giorno i Tedeschi si recarono a casa sua perchè 《volevano prendere alcuni uomini da portare nei campi di concentramento della Germania. La madre delle bambine disse loro che suo marito non si trovava in casa e, dopo che ebbero ispezionato tutte le stanze, passarono dalla sua vicina di casa》.

Era una donna incinta che si rifiutò di confessare ai soldati dove fosse suo marito. I due le puntarono il mitra al petto, poi la trascinarono fuori, prendendola sotto braccio. Dopo averla fatta camminare a lungo, la abbandonarono sul ciglio della strada. Un uomo, che passava di lì, vedendo la donna distesa a terra, dolorante, si avvicinò per prestarle soccorso. Ma i due Tedeschi, che nel frattempo si erano nascosti di fronte l’abitazione della giovane, in attesa del ritorno del marito, vedendo l’uomo in procinto di aiutare la povera donna, lo freddarono all’istante.

Dopo aver arrestato e caricato sulle camionette i quattro componenti della famiglia Dell’Omo e il signor Colavecchi, quest’ultimo con la sola “colpa” di essere loro confinante di terreno, i Tedeschi estesero la rappresaglia su tutti i civili:

Tante famiglie venivano raggruppate nelle piazze e poi tutti venivano fucilati e noi eravamo costretti a vedere la scena mentre i Tedeschi ci ripetevano che poi sarebbe toccato a noi” (Maria Antonietta; tratto da M.N.; pag. 51).

Gli invasori diedero il via a rastrellamenti e fucilazioni. La famiglia di Ebrei nascosta dai Mazzucchi venne scovata e deportata. Stessa sorte toccò agli Israeliti rifugiatisi dai suoceri della signora Antonia Macciocca. Quando i Tedeschi si recarono presso la loro abitazione, suo marito mentì sulla presenza di Ebrei in casa. Ma dopo averli scoperti, i Nazisti lo picchiarono a sangue. Tra gli Ebrei risulta un tale Arnonne Anticoli, trovato a Piglio e deportato in Germania (M.N.; pag. 39).

Applicando le leggi del Terzo Reich, secondo cui la vita di un Ariano valeva la vita di dieci Italiani, “a Piglio” – commenta per telefono il professor Enrico Fanciullo di Anagni –  “i Tedeschi hanno fatto qualcosa di simile alle Fosse Ardeatine”. I Nazisti non si limitarono infatti a prelevare i cinque uomini di Pompiano, ma giunsero ad arrestare una cinquantina di cittadini, incluse alcune donne. Vennero tutti caricati sulle camionette e trasferiti in un edificio situato dove ora si trova la Scuola Elementare “Ottaviano Bottini”. Qui subirono torture e sevizie per costringerli a confessare il nome dell’assassino. Dalla testimonianza di Padre Quirico leggiamo (E.P., pag. 22):

«Un contadino pigliese uccise senza perché un bravissimo maresciallo tedesco che se ne andava per la campagna per i fatti suoi; ed ecco a delle vessazioni, rappresaglie punitrici ecc… La sera stessa bruciarono tutte le capanne della campagna, molti arresti con trattamenti da tedeschi irritati, un rigoroso coprifuoco, ecc ecc.》.

Piglio, 3-6 aprile 1944

Non riuscendo a trovare l’assassino, che si era dato alla fuga, i Nazisti decisero di punire i civili. Nel frattempo le Schutz Staffel occuparono il Convento di San Lorenzo. Da qui Padre Quirico Pignalberi scrive (idem, pag.22):

«In seguito avvenne l’invasione del Convento. Il giorno 3 aprile mentre quello di San Giovanni da tempo era stato occupato perché si prestava il luogo… La mattina dunque del 3 venne una scorta non a vedere, ma a preparare per la truppa (un centinaio tra ufficiali e soldati) che sarebbe arrivata la notte. Non si potè far niente altro che restringersi nella parte superiore, mentre essi occuparono tutto il primo piano e tutto il noviziato vecchio. Il refettorio e la cucina restò a nostra disposizione e loro se ne servivano solo in qualche occasione (…) Era la squadra SS tedesca (…)

La Santa Settimana di Pasqua era iniziata. Quella del 1944 è destinata a restare impressa nelle pagine più tristi della storia pigliese. I Nazisti avevano deciso infatti di attuare la sentenza: fucilare tutti gli uomini, inclusi i sospettati. Mentre le donne vennero rilasciate, tutti gli uomini (una quarantina) dovevano essere giustiziati per intimorire la popolazione pigliese. Ma presto per intercessione del Vescovo di Anagni, Attilio Adinolfi, e del Gesuita Padre Hiemer, tedesco di nazionalità e amico del Generale della Werhmacht Kesserling, la sentenza venne modificata:

“Se ne dovevano fucilare dieci in pena del delitto” scrive ancora Padre Quirico “e proprio all’ultima ora per miracolo con interessamento del Vescovo e di altre personalità e particolarmente del S. Padre si sospese la sentenza. I Tedeschi stessi restarono meravigliati. Prima volta sentenza tedesca cambiata o sospesa, mai prima!”.

Si decise di fucilarne dapprima dieci e di deportare i restanti nei lager del Nord Italia (soprattutto nel campo di concentramento nei pressi di Carpi, in Provincia di Modena) e della Germania. Alla fine cinque ostaggi vennero rilasciati e furono costretti a scavare le fosse agli altri cinque, meno fortunati.

Giovedì 6 aprile 1944 alla presenza del Questore di Frosinone, di un funzionario della Prefettura e del Commissario Prefettizio di Piglio, i membri della famiglia Dell’Omo, Pietro, Romolo e i due minorenni, Alfredo e Alessandro, e il loro confinante di terreno, Antonio Colavecchi, vennero fucilati in località Le Mole, dove sono tuttora sepolti. Padre Quirico scrisse (E.P., pag. 23):

“Modificata la sentenza ne fucilarono poi cinque soltanto dei più accostati al reo latitante”.

Ad accompagnare i cinque pigliesi verso la condanna a morte, venne convocato Don Camillo Pesciotti, Parroco di Paliano dal 1920 al 1945. Il curato ci ha lasciato dei preziosi appunti scritti a mano sulle ultime ore dei condannati. Egli sosteneva che la sentenza di morte di Colavecchi e dei quattro Dell’Omo era stata emessa senza processo per evitare che la notizia si propagasse e che qualche altra autorità potesse intercedere al fine di ottenere un’ulteriore grazia o commutazione della pena. Chi avesse anche solo tentato di diffondere la notizia, avrebbe pagato con la vita.

Sono corso per prepararli a ben morire》scrive don Camillo 《Ho passato l’intera nottata insieme ad essi pregando e implorando la misericordia di Dio. Le sentinelle sorridevano con aria di scherno (…)》.

Unico e costante pensiero per i cinque concittadini era il benessere della famiglia, tanto che Romolo si tolse le scarpe (nuove) per mandarle a casa. Tenersele sarebbe stato uno spreco.

Gli fu concesso un ultimo colloquio con i familiari, che non accettavano la sorte dei loro cari. E quando giunse il plotone, uno disse all’altro “di non farsi vedere avvilito perchè altrimenti ci burlano“.

Legato al palo vicino alla fossa che doveva riceverli, povero e caro bambinone, ti rivedo ancora con i tuoi grandi occhi cerulei che guardando, diffondono all’intorno serenità e pace; e sognano un mondo migliore》.

Spuntarono i soldati tedeschi che si allinearono a breve distanza dalle vittime. Alle prime flebili luci dell’alba del 6 aprile 1944, alle ore 6, partì una prima scarica di colpi. Nel pomeriggio, precisamente alle 16, vennero fucilati anche i due giovani Dell’Omo, che giunsero sul luogo di esecuzione angosciati e tremanti. A nulla era valsa l’invocazione del parroco con cui aveva tentato di far desistere i Tedeschi dalla barbarie. Don Camillo, sebbene fosse un veterano di guerra, rimase particolarmente turbato dalla tragedia e impiegò molto tempo prima di elaborare quel triste ricordo.

Piglio non aveva ancora finito di pagare con il sangue per la morte del Maresciallo teutonico. Due giorni dopo l’eccidio del 6 aprile vi fu una rappresaglia generale che colpì l’intera popolazione. Ma questa è un’altra storia e ne parleremo nella seconda parte dello Speciale.

Bibliografia e legenda

  • PIACENTINI Ernesto, Pasqua non fu più Pasqua, I bombardamenti del Piglio raccontati dal Servo di Dio P. Quirico Pignalberi; Collectio Pilensis, (P.E. nel testo);
  • PACETTI Giorgio, Una pagina di storia da non dimenticare. Come la popolazione di Piglio visse la Seconda Guerra Mondiale  (18 marzo – 12 maggio 1944); Assessorato alla Cultura del Comune di Piglio, Anno 2011, (P.G. nel testo);
  • DI GREGORIO Renato, MANCINI Maria Ausilia, Memoria Nostra. L’istruzione è l’arma più potente per cambiare il mondo, libro realizzato con il finanziamento della Regione Lazio per il progetto Memoria Nostra ai Comuni di Acuto, Serrone e Piglio; 2014-2015; (M.N. nel testo);
  • PASSERI Memmo, Racconta la “sua” storia degli Altipiani di Arcinazzo dagli anni’20 ad oggi, con la collaborazione di Ilvano Quattrini, Regione Lazio. Assessorato Cultura, Arte e Sport, (M.P. nel testo);
  • FARGNOLI Antonio, Luigi Fargnoli. Un uomo, un medico, Bianchini Editore, 2014 (L.F.1 nel testo);
  • FARGNOLI Antonio, Na’ota. Poesie in dialetto pigliese, Bianchini Editore (L.F.2 nel testo);
  • PIROSINI Martina, PAVAT Giancarlo, D’ANNIBALE Marisa, Piglio occulta. Alla scoperta dei simboli dei portali del centro storico; 2023;
  • FELLI Massimo, Piglio, con il contributo della Regione Lazio, 2021 (M.F. nel testo)
  • PAVAT Giancarlo, Nel segno del Valcento, Edizioni Belvedere, 2010 (G.P. nel testo).

Sitografia:

  • Sull’esplosione della BPD e sulla nascita di Colleferro:
  • Sulla svastica: PAVAT G., Nel segno del Valcento; Sulla storia della svastica: https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/history-of-the-swastika?fbclid=IwAR1bFYsANHAPAXBA9_ZYM7JYkD0a6jq-T9iV4TJBxLswTmtMceZeSAhnZNg;
  • Sul Principe Umberto II di Savoia, Rodolfo Graziani e l’Armistizio di Cassibile: https://www.roma8settembre1943.it/l-armistizio/il-punto-di-vista-di-umberto-di-savoia/?fbclid=IwAR0ah68b2NBF1yB4Z1vfH5vf0W0J7vHj2iWsFvwFD6S0mNgyjnU0xa50MS4;
  • Su Leslie Young: https://archives.msmtrust.org.uk/pow-index/young-leslie/;
  • Sull’intervista a Guido Dell’Omo: https://anagnia.com/2021/09/04/piglio-guido-dellomo-ricorda-leccidio-del-6-aprile-1944/?fbclid=IwAR0AvV-yQWQO4Lo1kWs2dbkaP5dsLBBjY90mQNuWdqvfqLBtQs76Cmre4eo;
  • Sugli scritti di Don Camillo Pesciotti: https://zibaldonewsblog.wordpress.com/2024/01/09/leccidio-del-1944-a-mole-di-paliano-dalle-memorie-di-don-camillo-pesciotti/?fbclid=IwAR3Y1Kr5a1bW0OqmQEQKvXJTT7zQhxTL5xYaBzqUevik-cphsh9VCtwmLJU.

Interviste inedite a cura di M. Pirosini.

 

 

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