La strage di Penetola

Nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1944, nell’altotevere umbro, il casolare di Penetola, nei pressi di Niccone, si trasformò in teatro di un atroce massacro. Dodici persone, vittime innocenti, vennero barbaramente uccise dai soldati appartenenti al 305° battaglione genieri dell’esercito tedesco. Un episodio che, nonostante le dinamiche operative siano oggi note, continua ad avvolgersi di mistero e dubbi.

Il vocabolo Penetola, gestito da mezzadri per conto del proprietario Giovanni Battista Gnoni, era abitato da una famiglia di dodici persone e ospitava anche rifugiati delle famiglie Nencioni e dei Forni. A loro si unì, inoltre, nel giugno la famiglia Capecci.

 

La tragica notte

La notte fatidica fra il 27 e il 28 giugno, il casolare fu luogo di un’efferata aggressione. Intorno all’una un manipolo di soldati tedeschi armati bussò alla porta, svegliando i ventiquattro presenti, che furono derubati e raggruppati nella stanza rivolta verso il bosco dell’edificio principale. Gli animali furono fatti uscire dalle stalle, il fieno e il legname accatastati e, con l’utilizzo della benzina, fu appiccato un fuoco che avvolse la dimora.

Le vittime, colte dalla più cieca disperazione, tentarono di fuggire, ma i soldati si accanirono su chiunque riuscisse ad avvicinarsi a uno spiraglio verso la libertà, con il lancio di granate o raffiche di colpi di arma da fuoco.

Una delle poche superstiti, e unica della famiglia Nencioni, fu la piccola Giovanna, calata dal padre, insieme ad alcuni famigliari, nella stalla delle pecore attraverso un foro appena praticato dall’uomo nel pavimento.

Le streghe di Salem

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La ritirata e i superstiti

I soldati batterono in ritirata all’alba, carichi di ruberie. I sopravvissuti rimasti nel casolare fuggirono in preda al terrore. Alcuni riuscirono a calarsi con delle lenzuola annodate, mentre Mario Avorio e la moglie Agata Orsini, gravemente feriti, si nascosero in un fossato vicino. Vennero ritrovati alcune ore dopo da alcuni soldati tedeschi, di stanza al vicino Castello di Montalto, che li trasportarono per 20 chilometri, sino al Seminario di Città di Castello, adibito ad ospedale. Lì si trovava il rettore, Mons. Beniamino Schivo. Egli ricorda nitidamente che i militari abbiano depositato i coniugi, in condizioni tragiche, all’ingresso dell’edificio, descrivendoli come partigiani, trovati con le armi, ma comunque soccorsi.

Pochi giorni dopo Mario e Dina furono visitati da un gruppo di soldati tedeschi. Essi erano interessati a comprendere quale fosse stata l’azione che potesse aver scatenato la rappresaglia.  Non soddisfatti, poi, tornarono ripetere l’interrogatorio.

 

Attraverso numerose testimonianze è stato possibile dedurre che i soldati responsabili dell’atroce gesto fossero partiti da Casa Trinari in località La Dogana della Mita, dove tre degli originari occupanti erano stati costretti a vivere nelle stalle e servire i soldati per qualsiasi loro bisogno.

 

Per lungo tempo il brutale episodio fu collegato a presunti spari diretti verso alcuni soldati tedeschi. Oggi i dubbi sulla motivazione e sulle modalità della strage sono numerosi, alimentati anche da comportamenti anomali.

Il 28 giugno 1974, sulla parete del casolare e sulla strada provinciale, sono stati collocati un cippo monumentale e una lapide, a memoria della strage. Poche le parole ben visibili a chiunque passi lungo la via:

 

Non odio chiediamo a chi resta,

soltanto memoria,

perché altri non debban morire

per mano assassina.

 

​A ricordo e monito per le generazioni future.

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