La Rivolta di Nika

Nel 500 Costantinopoli era un crocevia di culture diverse; commercianti e viandanti si dirigevano qui perché, attirati dalle possibilità di successo che questa città poteva offrire.Si trattava, almeno a livello sociale, di una città complessa perché se da una parte in molti cercavano un’opportunità di miglioramento sociale ed economico; dall’altra non mancavano nemmeno guaritori, presunti maghi e ciarlatani. In poco tempo quindi questo fragile equilibro si spezzò, dando vita una rivolta tra le più sanguinose del mondo antico.

Uno dei divertimenti più comuni era l’ippodromo e, già in quest’epoca antica, i tifosi erano divisi in due fazioni, quella azzurra e quella verde. Ed è proprio da questa divisione che ebbe inizio la guerra. Ben presto, questa rivalità travalicò, oltre i confini dell’intrattenimento, coinvolgendo tutta la città. Questa divisione però non riguardava solo del semplice tifo, ma aveva radice ben più profonde: a partire dalla religione. I verdi infatti erano vicini al Monofisismo ( una forma teologica elaborata durante il V secolo), la quale includeva anche Ananstasio I ( imperatore romano dal 498 al 512 d.C). A lavoro volta, questi avevano creato un nuovo fronte politico, quello aristocratico. Al contrario, gli azzurri radunava soprattutto il popolo e quindi si contrapponeva al primo.

Ed è proprio da questo che nacquero i primi dissapori, tanto che oggi la storiografia tende ad abbandonare la motivazione del “gioco” e propende per quella politica e religiosa. Tra l’altro la stessa imperatrice Teodora era molto legata alla fazione dei verdi.  Era figlia di un guardiano degli orsi dell’ippodromo e di una danzatrice. Per lo più, al secondo matrimonio, l’imperatrice sperava che al “nuovo” marito  gli fosse affidato l’incarico del precedente, ossia quello di guardiano. Se, però, in un primo momento sembrava che fosse tutto deciso, la scelta ricadde su un altro. Insomma, questo dimostra come le due fazioni facessero parte della vita quotidiana di Costantinopoli.

Theodora. Foto di Petar Milošević. Wikipedia.

Le inimicizie si fecero sempre più acuite, favorite anche da un clima politico sempre più acceso. Inoltre, l’imperatore Giustiniano tendeva a ignorare i continui scontri tra le due. In particolare, i membri della parte azzurra erano spesso coinvolti in risse, vendette nei confronti di rossi, e ladrocini, tanto che, come riportano anche le cronache del tempo, spesso erano armati, pronti a fare la guerriglia. La situazione precipitò quando Giustiniano, attraverso il prefetto Eudemone, decise di arrestare alcuni di loro e condannare sette ( sia verdi sia azzurri) alla pena capitale per omicidio. Li uccisero l’11 gennaio del 532, tranne due che riuscirono scampare all’impiccagione. Questi si riunirono con i compagni e chiesero la clemenza all’imperatore, ma questo ignorò la richiesta.

E così il tredici gennaio, durante alcune corse, le due fazioni iniziarono a urlare con l’imperatore. E iniziarono a marciare verso di lui, al grido appunto di Nika, ossia “Vinci!”. Giustiano fu quindi costretto a barricarsi nel suo palazzo reale, ma ben presto venne a patti con loro. I rivoltosi chiesero l’allontanamento del prefetto e l’annullamento delle sanzioni. Sebbene quindi avesse consentito, esaudì le sue promesse in modo tardivo e in questo lasso la tensione crebbe a disimisura, raggiungendo il massimo il 18 gennaio. I rivoltosi nominarono imperatore Ipazio, nipote di Anastasio. Si trattava di una presa di forza nei suoi confronti e, se in un primo momento, l’imperatore avesse pensato alla fuga; poi, cambiò idea e ritirò il tesoro imperiale e lo divise tra il popolo, compresi i rivoltosi, mettendo fine a questa ribellione.

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