Erostrato, il piromane che voleva entrare nella storia

In antichità, fra la fine dell’VIII e l’inizio del VII a.C., sorse un maestoso tempio, divenuto una delle sette meraviglie del mondo antico. Dedicato ad Artemide, il monumento fu edificato in stile ionico nella città di Efeso, nell’attuale Turchia. La struttura subì, nel tempo, una lunga serie di ampliamenti e modifiche, giungendo persino a una totale ricostruzione in seguito ad un grave incendio.

Ricostruzione del tempio di Artemide in un’incisione cinquecentesca di Martin van Heemskerck - Wikipedia
Ricostruzione del tempio di Artemide in un’incisione cinquecentesca di Martin van Heemskerck – Wikipedia

L’episodio che condusse alla prima totale distruzione avvenne nel luglio del 256 a.C. ed entrò nella memoria storica della nazione. All’epoca un ardito cittadino di nome Erostrato, desideroso di passare alla storia, appiccò un terribile incendio che lambì le pareti marmoree. Il colossale edificio rimase in rovina sino almeno al 334 a.C., quando in città giunse Alessandro Magno. Il sovrano propose, allora, agli efesini di finanziare la ricostruzione, ma essi rifiutarono, poiché sarebbe stato ingiusto che un dio, come veniva considerato Alessandro, presentasse dei doni a un altro dio. Furono proprio gli abitanti a finanziare la riedificazione, che giunse a completamento nella prima metà del III a.C.

La notizia dell’infausto gesto rimane tutt’ora in alcune fonti, fra le quali la più completa è il racconto narrato da Strabone all’interno della Geografia (XIV, 1, 22).

 

Vita di Erostrato

L’ardito piromane nei secoli ha affascinato l’immaginario collettivo, divenendo protagonista del romanzo Vita di Erostrato scritto fra il 1793 e il 1813 dalla penna di Alessandro Verri. L’autore, fingendo di tradurre un originale testo greco, diede vita ad una fantasiosa storia secondo la quale Erostrato sarebbe nato a Corinto, da Cleante e Ippodamia. Il padre, ottenuta da un oracolo una “visione di fuoco profanatore”, avrebbe interpretato il presagio come profezia di parricidio e dunque allontanato il figlio, abbandonandolo sull’isola di Lemno. Lì Menalippo raccolse il bambino e lo affidò alla sorella Agarista.

Cresciuto come Possideo il ragazzo iniziò ben presto a manifestare un cocente desiderio di gloria. Si esibì ai giochi olimpici con la lira, ottenendo numerosi encomi, ma non la vittoria. Fu poi il momento di gareggiare con la biga, con la quale subì un grave incidente che gli precluse per sempre la possibilità di suonare. Di ritorno a Lemno egli si innamorò perdutamente di una fanciulla di nome Glicistoma, ma il giorno delle nozze la loro nave fu colpita da una tempesta, nella quale la donna perse la vita.

Ancora atterrito dal dolore per la perdita dell’amata, l’uomo decise di partire per la guerra e combatté al fianco dei soldati tebani contro il giogo spartano. Ottenne finanche il comando di una compagnia, per concessione di Epaminonda, ma ben presto si dimostrò inadatto al ruolo. Al termine delle ostilità, infatti, non ebbe alcun onore militare. Deluso dall’esito dei suoi sforzi egli si ritirò a vita privata nei pressi di Corinto. In città, casualmente, salvò il suo vero padre, Cleante, da morte certa. Il genitore, grazie ad una medaglietta che Erostrato indossava al collo, lo riconobbe e lo condusse nella propria dimora. Agarista, tuttavia, venuta a conoscenza della vicenda vantò i propri diritti sul figlio, convincendo Cleante ad allontanarsene.

La Premio Nobel Marie Curie

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L’incendio

Nel frattanto in Grecia crebbe il malcontento verso il ruolo, sempre più cruciale, rivestito da Atene. Erostrato colse l’occasione per lanciarsi in una nuova impresa e cominciò a viaggiare incitando i popoli alla ribellione, fallendo ovunque miseramente. La sua sete di gloria, dunque, non si sedò e per tentare di ottenere maggiore fortuna raggiunse Efeso, in Asia Minore. In città rimase affascinato dal grandioso tempio dedicato ad Artemide, ma al contempo provò un profondo disgusto per la cieca ammirazione del popolo nei confronti degli dei, a lui ostili. Pensò, dunque, di raggiungere la tanto desiderata gloria con un’impresa assai crudele. Diede alle fiamme il colossale edificio. A nulla valsero gli sforzi dei cittadini, il tempio ne uscì distrutto.

Catturato dalle autorità Erostrato stupì i giudici dichiarandosi fieramente colpevole e accettando la pena di morte. Egli spiegò di aver compiuto il terribile gesto solo per raggiungere la gloria eterna. La dea, a suo dire, sarebbe stata placata dalla costruzione di un tempio ancor più maestoso. I giudici, colpiti dal suo agire, impedirono a chiunque di riportarne il nome o anche solo di pronunciarlo, ottenendo tuttavia che esso divenisse ancora più celebre.

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