Le imprese di Lucio Quinzio Cincinnato

L’Epoca repubblicana ha costituito, per la civiltà romana, un lungo periodo di cambiamenti e scosse politiche. Uno dei più celebri protagonisti a cavallo fra VI e V a.C. fu Lucio Quinzio Cincinnato, con le sue celebri imprese. Egli nacque, si pensa, intorno al 520 a.C. anche in base alle notizie riferite di lui da Tito Livio. L’autore, infatti, scrisse che al tempo della seconda elezione a dittatore, nel 439 a.C., il militare aveva passato gli 80 anni.

 

L’attività politica

Cincinnato fu esponente di spicco della gens Quinctilia e scalò presto i gradini del cursus honorum. La ricostruzione della sua vita pubblica è nota principalmente dai racconti di Livio, che ne offre una visione sufficientemente neutrale e che giungerà a definirlo “Spes unica imperii populi romani”, “Speranza ultima del popolo romano”.

Prima di lui divenne console il fratello, Tito Quinzio Barbato, per ben tre anni, nel 471 a.C., 468 a.C. e nel 465 a.C. Ciò probabilmente facilitò l’incredibile scalata politica di Cincinnato. Anche quest’ultimo, poi, assurse ad uno dei massimi ruoli politici del governo repubblicano. Divenne, infatti, consul suffectus, sostituendo il console al tempo in carica, Publio Valerio Publicola. L’elezione avvenne nel 460 a.C. con la maggioranza assoluta dei senatori. Al ruolo si opposero i plebei, intimoriti da un possibile risentimento del nuovo console a causa di alcuni precedenti famigliari, fra cui l’esilio di Cesone Quinzio, suo figlio. Cincinnato, difatti, arringò davanti ai senatori scagliandosi contro l’eccessivo lassismo nei costumi. Giunse persino ad accusare pesantemente il tribuno della plebe Aulo Virgilio, colpevole di aver organizzato il processo contro Cesone. Il neo-capo politico comunicò, inoltre, al popolo che avrebbe dichiarato guerra a Equi e Volsci, nemici di Roma. Il discorso costituì una vera e propria convocazione ufficiale, sottraendo ai tribuni della plebe un grande potere.

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La prima dittatura

A causa dei dissidi con i tribuni Cincinnato non accettò una seconda elezione a console, ma ben presto il popolo romano avrebbe avuto nuovamente bisogno di lui. L’occasione giunse nel 458 a.C., quando i consoli in carica non riuscirono più a far fronte alla difesa della patria. Fu eletto un dittatore con pieni poteri e all’unanimità il ruolo ricadde su Cincinnato, che si era ritirato a vita rurale. Egli accettò di rientrare in città e lo fece a bordo di una zattera sul Tevere.

Convocazione ufficiale di Cincinnato come dittatore - Juan Antonio Ribera y Fernández. Wikipedia
Convocazione ufficiale di Cincinnato come dittatore – Juan Antonio Ribera y Fernández . Wikipedia

Il dittatore si mise subito al lavoro e condusse l’esercito a difesa dei cittadini in difficoltà. La notte stessa esplose la battaglia del Monte Algido, durante la quale gli Equi caddero definitivamente sotto le armi romane. Al termine della lotta Cincinnato distribuì il bottino e impartì dure punizioni sia ai soldati che ai consoli incapaci. Per questo egli ricevette encomi, una corona d’oro e una libbra. Nonostante la carica potesse durare fino a sei mesi il politico decise di ritirarsi nuovamente e tornare alla sua tranquilla vita rurale. Si sa, tuttavia, che egli non lasciò mai veramente l’attività pubblica, apparendo in più occasioni nei racconti degli storici del tempo.

 

Il secondo mandato

Cincinnato tornò, per un’ultima volta, sulla scena politica come attore protagonista. Nel 439 a.C., ormai raggiunti gli 80 anni, a quanto racconta Tito Livio, venne eletto per una seconda volta dittatore, sotto indicazione del fratello Tito Capitolino Barbato, al tempo console. La nomina venne rese necessaria a causa del presunto tentativo di Spurio Melio di divenire re, titolo ormai del tutto obsoleto per la civiltà romana. Contrastare Melio sarebbe stato possibile soltanto grazie ad un magistrato con poteri superiori a quelli consolari e dunque si decise per la scelta di un dittatore plenipotenziario.  Alla nomina di Cincinnato seguì anche quella di Gaio Servilio Strutto Ahala a magister equitum. Quest’ultimo dovette, per incarico del dittatore, condurre Melio a processo, ma nel tragitto lo uccise a causa di un suo tentativo di fuga. Il magister ricevette, per aver liberato la repubblica da un grande pericolo, lodi e gloria.