L’eroico sacrificio di Salvo d’Acquisto

Risale a uno dei periodi più bui del Paese la storia di un uomo che con il suo coraggio ha salvato la vita di molti innocenti. Salvo D’Acquisto sacrificò sé stesso pur di scongiurare la morte di un gruppo di civili durante un rastrellamento nazista.

D’Acquisto nacque a Napoli nel 1920 nel rione Antignano come primogenito di cinque figli di una famiglia fortemente cattolica. Compì i suoi studi in città, ma li abbandonò nel 1934, appena adolescente. Da lì a qualche anno si arruolò nell’arma dei Carabinieri come volontario, nel 1939, quando il Paese si preparava a dover affrontare uno dei momenti storici più dolorosi che il mondo contemporaneo abbia mai conosciuto.

Il servizio militare

Al termine dell’addestramento, presso la Scuola allievi carabinieri di Roma, nel 1940, fu assegnato alla Compagnia Comando della Legione Carabinieri della Capitale. Successivamente passò al Nucleo Carabinieri Fabbricazioni di Guerra.

Quando l’Italia entrò in guerra il giovane Salvo si arruolò volontario per la Campagna del Nordafrica, e così sbarcò a Tripoli il 23 novembre del 1940. Lì rimase per alcuni mesi, prima di essere ferito, agli albori dell’anno successivo. Dopo una terribile febbre malarica rientrò in Italia e nel 1942 ottenne la promozione a vicebrigadiere. Nel dicembre dello stesso anno partì per Torrimpietra (nel Lazio), dove prese servizio nella stazione locale dei Carabinieri.

Eroi dimenticati. Nazario Sauro

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I rastrellamenti

L’anno successivo, a settembre, un reparto di paracadutisti tedeschi si insediò in alcune ex postazioni della Guardia di Finanza, nel territorio di competenza della stazione dove D’Acquisto stava prestando servizio. Il 22 settembre, proprio lì, i paracadutisti caddero vittime di un incidente causato dall’esplosione di una bomba a mano o di ordigni per la pesca di frodo presenti in loco e malamente maneggiati durante un’ispezione.

Nello scoppio rimasero coinvolti quattro tedeschi, di cui due persero la vita. Per l’accaduto furono ritenuti responsabili alcuni attentatori locali anonimi. Il maresciallo a capo del reparto pretese la collaborazione dei Carabinieri, al cui vertice in quel periodo si trovava proprio il vicebrigadiere Salvo D’Acquisto, minacciando rappresaglie in caso non fossero stati scovati i colpevoli. D’Acquisto, la mattina seguente, tentò di avanzare l’ipotesi che potesse essersi trattato di uno spiacevole incidente, ma i tedeschi, piccati, diedero seguito alle loro minacce e disposero una rappresaglia.

Il rastrellamento si tenne pochi giorni dopo e ne furono vittime ventiquattro soggetti, di cui ventitré uomini e un ragazzino. Ben ventidue di loro furono condotti sul luogo dell’esecuzione. Persino il vicebrigadiere D’Acquisto fu prelevato con la forza e condotto nella piazza dove si sarebbero tenuti gli interrogatori.

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Il sacrificio e la morte

Alla richiesta di ribadire i nomi dei colpevoli D’Acquisto continuò a sostenere che si fosse trattato semplicemente di un incidente. Nessuno dei presunti sarebbe dovuto esserne ritenuto responsabile. Nonostante l’atteggiamento calmo e composto, testimoniato da alcuni presenti, D’Acquisto subì le percosse dalle guardie che lo sorvegliavano e al termine dell’interrogatorio seguì forzosamente i civili fuori dal paese.

Giunti in un luogo isolato, in prossimità della Torre di Palidoro, vennero costretti a scavare una grande fossa. Con grande sorpresa dei civili ormai condannati alla fucilazione D’Acquisto parlò con un ufficiale tedesco, sfruttando un interprete. Ne risultò la liberazione di tutti i prigionieri, facendo rimanere sul posto soltanto un tale Angelo Amadio, di appena 18 anni, ritenuto dai nemici un Carabiniere anch’egli. A lui sarebbe spettato il compito di assistere agli ultimi istanti del coraggioso militare. Il giovane, tuttavia, presentando i documenti riuscì a dimostrare di essere un ferroviere e fuggì con gli altri compagni ormai liberi. Udì, comunque, il grido di amore verso la patria lanciato dal giovane Salvo prima di perdere la vita. “Viva l’Italia” urlò, prima di essere raggiunto da una scarica di colpi.

Il ricordo

Il corpo del sottufficiale fu malamente ricoperto di terra e seppellito nella fossa appena scavata. Lì rimase per dieci giorni, prima che alcune donne potessero recuperarlo e donargli degna sepoltura presso il cimitero locale.

Il feretro, tuttavia, qualche anno dopo, nel 1947, giunse a Napoli, per volere della madre. Tornato nella città natale il corpo venne esposto nella Caserma del Comando Legione Carabinieri Campania e due giorni dopo cominciò il suo eterno riposto nel Sacrario Militare di Posillipo.

Nel 1983 ebbe inizio un lungo processo di canonizzazione, che si concluse nel 1991. Oggi Salvo D’Acquisto è, quindi, titolare del riconoscimento ecclesiastico di Servo di Dio.

Negli anni sono stati innumerevoli gli encomi a lui assegnati, dai riferimenti nella toponomastica alla titolatura di scuole ed accademie disseminate per il Paese. Un eroe il cui sacrificio rimane ancora ben saldo nella mente dei suoi connazionali.