Olevano Romano nel cuore del pittore austriaco Joseph Anton Koch

Olevano Romano, borgo laziale, è tra i più caratteristici e pittoreschi di tutta la campagna romana; la sua storia, proprio per queste peculiarità, si è incrociata con quella dell’arte mondiale. La sua natura, i suoi boschi e il suo verde hanno, infatti, ispirato moltissimi artisti ottocenteschi, e non solo, che si sono ispirati a questi paesaggi, rendendo così il paese di Olevano immortale. Basti pensare allo stesso stemma del Comune che fu realizzato da Vilheim Zoëga Bang, artista di fama internazionale.

Ritratto di Koch. Wikipedia.

O ancora, basterà soffermarsi sui disegni del più noto illustratore dantesco, Gustave Dorè. Egli s’ispirò al querceto della Serpentara (frazione di Olevano) per illustrare la selva del I canto dell’Inferno. Insomma, molti artisti si sono fermati in questo borgo e dalla sua campagna hanno attinto per le loro opere, tra i più noti c’è sicuramente Joseph Anton Koch.

Koch, figlio di una coppia di contadini, nacque nel 1768 a Obergiblen, presso la Valle del Lech, nel Tirolo austriaco. Fin da bambino, il padre gli aveva insegnato il lavoro agricolo così da poter contribuire al bilancio della famiglia, visto che dei suoi dieci fratelli, pochissimi sopravvissero fino all’età adulta. Ed è durante questi lavori che esplose il suo amore per la natura; egli, infatti, si occupava principalmente di badare al gregge e così, nel peregrinare delle pecore, ebbe modo di ammirare la natura austriaca.

Dipinto di Koch. Wikipedia.

Non si fece attendere così la vena artistica che si mostrò fin da giovane, tanto da incuriosire il vescovo della città. Il vescovo lo aiutò ad entrare come garzone presso la bottega di uno scultore, dove rimase fino al suo ingresso nell’Accademia militare, Karlsschule di Stoccarda. Gli effetti però della Rivoluzione francese arrivarono anche in Germania. Ben presto, aderì ai suoi ideali anche Koch, il quale abbracciò con convinzione abbracciò il giacobinismo. Preso dai valori giacobini, abbandonò l’accademia nel 1791 e iniziò a viaggiare per tutta Europa, soprattutto sulle Alpi svizzere, dove rimase per ben tre anni.

Fu solo nel 1794 che arrivò in Italia, grazie a una borsa di studio di George Nott, noto mecenate. In Italia, si spostò di città in città; visitò Bologna, Firenze, Napoli, Salerno, giunse infine a Olevano Romano, dove rimase stupefatto dal paesaggio e dalla natura dominante. L’anno successivo riuscì ad arrivare a Roma, dove c’era una nutrita presenza di pittori tedeschi e austriaci ( i cosiddetti Deutsch-Romer) ed è qui che conobbe l’artista A. J. Carstens, il quale divenne prima un maestro e poi un mentore per Koch: gli insegnò a dipingere e ritrarre le forme umane, una tecnica che gli sarà molto utile in numerosi quadri.

Arcobaleno dopo il Diluvio Universale. Dipinto di Koch. Wikipedia.

Tra tutti i luoghi che il pittore austriaco aveva visitato, quello di Olevano fu quello che più gli rimase nel cuore, tanto che tornò qui nel 1803. A Olevano, inoltre, conobbe sua moglie, Cassandra Ranaldi, che sposò nel 1806. Dalla loro unione nacquero tre figli; uno dei quali, Augusto, divenne pittore come il padre e, a sua volta, fu padre di un noto architetto del XX secolo: Gaetano Koch.

Del borgo olevanese, ammirava la natura e i boschi. In particolare fu ispirato da quello della Serpentara, del quale ritroviamo le forme nodose del bosco in molti dei suoi quadri. A Olevano rimase sempre affezionato, tanto che, nonostante si fosse trasferito con la famiglia a Vienna nel 1812, decise di tornare nel suo amato borgo laziale. A Vienna, infatti, la famiglia non si adattò mai al clima rigido e alle diverse abitudini, preferendo tornare nel borgo amato. Qui, il pittore trascorse il resto della sua vita e ci rimase fino al 1819, quando fece un breve soggiorno in Umbria.

L’eredità di Koch è nei suoi quadri e nelle sue pennellate che ci mostrano quanto la sua vena artistica fosse profonda e, soprattutto, quanto la natura di Olevano abbia influenzato la sua pittura. D’altronde non fu l’unico artista ad amare questi luoghi che ancora vivono nei loro quadri.

 

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