I Romani furono responsabili della morte di Gesù Cristo?

Il desiderio di rivisitare gli avvenimenti, vederli sotto luce diversa, riesaminarli e trarne nuove conclusioni è cosa ottima purchè lo si faccia a mente libera. Non sono nato a Roma, vi ho vissuto sempre ma non per questo mi sento di fare ”il romano” sia pure in questo caso. Mi riferisco a quanto si asserisce allorchè si accusano i  Romani antichi di essere i responsabili della morte in croce di Gesù.

Premessa

Innanzitutto deve essere chiaro per chiunque che il Figlio di Dio si incarnò per salvarci, cioè redimerci dal peccato e dalla morte, e che, per far questo, doveva soffrire umanamente ed affrontare 1’ estremo sacrificio cioè la morte. Questo deve essere chiaro ma chiaro deve pure essere che la Redenzione, nel suo mistero, non assolve affatto quanti vollero e provocarono questa morte. Le loro personali responsabilità, come quelle di ogni essere vivente dotato di anima e corpo e  creato da Dio libero, intelligente e in grado di rispondere pienamente delle proprie azioni, permangono anche se dette azioni dovessero, indirettamente o in altro tempo, produrre del bene.

L’autorità romana che governava la Giudea duemila anni fa era rappresentata da Ponzio Pilato. Costui è un personaggio molto discusso e giudicato, da una parte,  un tiranno  litigioso che nutriva, per i suoi governati, un cordiale disprezzo e dall’ altra  un sapiente giurista, un diplomatico ed un consumato uomo di governo tanto è vero che proprio a lui fu affidata quella regione dell’ Impero tanto difficile da governare in quanto particolarmente riottosa.

La fama di Gesù

Qualunque sia stato il modo di questo uomo di applicare le leggi è certo che egli non poteva essere  all’ oscuro, come certamente non lo era la polizia imperiale, dell’ esistenza in Palestina di un profeta, Gesù, molto diverso dai precedenti, che parlava alle folle, operava prodigi e spesso veniva richiesto come re. Inoltre i Romani sapevano dell’ attesa messianica cioè del “da venire” di un “Unto di Dio” il quale avrebbe liberato Israele dalla dominazione straniera e riportato il popolo ebraico alle grandezze davidiche.

L’atteso doveva essere un Messia politico un rivoluzionario quindi e, per i dominatori, doveva costituire un pericolo. Non è escluso, per nulla, che essi avessero individuato in Gesù il Nazzareno questa persona. Allora non deve stupire che Ponzio Pilato lasciasse che “costui” venisse ucciso, giustiziato secondo le leggi di Roma. Ecco quindi  quanto e solo  la morte  di Gesù, comminata secondo lo ius gladii imperiale, debba essere addebitata ai Romani.

Il sacrificio estremo

Giunto al termine della vita pubblica Gesù si “consegnò” ai suoi nemici recandosi appositamente a Gerusalemme. Ponzio Pilato, naturalmente, non ignorava la presenza, entro le mura della Città Santa, dell’ “uomo Gesù” e tanto meno lo ignoravano i suoi agenti. Occorse, però, che uno dei discepoli, Giuda Iscariota, si mettesse a disposizione del Sinedrio per riconoscerlo, indicarlo e farlo catturare.(Mt 26,14-15). La turba “munita di spade e bastoni” (Mt 26, 47-48 ) che si presentò nell’ orto degli ulivi la sera del giovedì era composta, oltre che da facinorosi e curiosi, dalle guardie del re Erode (Antipa tetrarca e figlio di Erode il Grande). L’evangelista Giovanni accenna ad una coorte, che potrebbe intendersi come un plotone di legionari romani, e aggiunge che “Giuda la prese” (Gv 18,3-4) ma nessuna autorità romana emise mai uno specifico ordine di cattura.

Gesù fu incarcerato dai Giudei e processato nella notte dal Sinedrio, la suprema autorità religiosa della Palestina. I trenta denari serviti per pagare il traditore uscirono dalle casse del Tempio, e ivi non tornarono,  non da quelle imperiali.

L’analisi biblica

Al sommo sacerdote Caifa, che lo interrogava dicendogli: – Sei tu il Cristo?- Gesù rispose: – Si. Io Sono! -(Mc 14, 6 1-63). Caifa si stracciò le vesti e tutti i sinedristi, gli anziani e gli scribi presenti giudicarono Gesù colpevole e ne decretarono la morte. E sì che tutti costoro, da buoni israeliti  istruiti,  dovevano sapere dell’ atteso Messia. Lo accusarono, invece, di bestemmia e ne vollero la  morte. La circostanza è confermata dagli evangelisti Marco e Matteo che precisano entrambi:  “Pilato sapeva che per invidia e per odio glielo avevano consegnato” (Mc 15,10-11),  (Mt :7,18-19).

Il tentativo di salvare Gesù

Il procuratore di Tiberio Cesare tentò con ogni mezzo di salvare Gesù: propose lo scambio con Barabba, lo fece flagellare per soddisfare la furia dei Giudei e  tentare di impietosirli. Lo interrogò ripetutamente contando, forse, su di una attiva collaborazione di Gesù stesso (collaborazione che non ci fu). Insistette apertamente sul titolo e la posizione di re che gli si dava intendendo caldeggiare la relativa indipendenza politica di cui gli Ebrei godevano. La moglie Giulia lo pregò di “non macchiarsi del sangue di quel giusto” e soltanto allorchè il tumulto davanti al pretorio minacciava di trasformarsi in una rivolta vera e propria cedette. Se ne lavò le mani pubblicamente, passando così, seppur teatralmente, ai Giudei il potere di vita e di morte su “quel giusto” (Mt 27,24-25) Pilato non condivise mai la condanna, mai venne meno alla sapienza e alla certezza del diritto romano, di cui era il rappresentante.

Ponzio Pilato

Agì  esclusivamente per mantenere l’ ordine pubblico e non eccitare oltre 1’ esplosiva Giudea. Del resto, per Ponzio Pilato, Gesù non era altro che uno di quegli “infimi” ebrei, assai poco stimati nell’ Impero e che egli “cordialmente disprezzava”. Infine, quando la notizia giunse a Roma e fu resa dominio dell’ Imperatore e  degli intransigenti senatori dell’ Urbe nessun provvedimento fu preso verso il “prudente” procuratore.

In conclusione

Volendo concludere questi  fece molto per Gesù anzi, troppo. Ma ancora: mentre i Giudei pretesero che il sepolcro dove Gesù era stato deposto fosse vigilato, (Mt27, 64-65) corrompendo, poi, le guardie per negare la resurrezione (Mt28,13-14) Pilato autorizzò Giuseppe d’ Arimatea, che “coraggiosamente” (Mc 15,43-44) glielo chiese, a prendere il corpo di Gesù e seppellirlo e non fece perseguitare i discepoli i quali se ne stavano chiusi nel cenacolo “per paura dei Giudei” (Gv 20,19-20)  non dei Romani.

Concludo dicendo che, se i Romani avevano pure motivi per “liberarsi” del probabile Messia non fecero mai azioni specifiche per eliminarlo. Emisero loro la sentenza secondo il giudizio del Sinedrio e non poteva essere diversamente datosi che le pene di morte potevano decretarle solo loro. L’ efferatezza della crocefissione fu determinata dai carnefici stessi in quanto faceva parte delle modalità di  esecuzione. I crocefissori se “ne divisero le vesti” (Gv 19,23-24) ma qualcuno di essi, il centurione, colpito dal comportamento di Gesù, ne riconobbe, a gran voce, la divinità mentre tutti lo insultavano. Ecco tutto e, per  favore, nessuno  insista nell’accusare i Romani della morte di Gesù!

Commento finale

Naturalmente non è mio desidero rinverdire, con codeste conclusioni,  le vecchie accuse riguardanti il popolo ebraico. Tra gli Ebrei come tra tutti i popoli sono esistiti ed esistono atei e santi, credenti e non credenti, onesti e disonesti. Anche loro sono vittime della triste eredità che, purtroppo, il peccato originale ha lasciato in tutti i figli di Eva. Gesù scelse di essere ebreo e nacque da una donna ebrea, Maria. Agli Ebrei dobbiamo se i Vangeli e la fede cristiana sono giunti fino a noi e, poi, “ad ogni creatura”(Mc, 16,15-16). Tanti in Israele rifiutarono la predicazione di Gesù anche se poi, successivamente, 1’ accolsero. Bisogna tenere presente tutto questo ma contemporaneamente bisogna liberarsi da sciocchi complessi di colpa nei confronti del popolo ebraico e, per di più, per colpe che non sono nemmeno nostre, per non continuare, in questo modo e oltretutto, a travisare la storia.

 

 

Pietro Patriarca