Monte Testaccio: la collina costruita con i rifiuti degli antichi Romani

Il monte Testaccio è una collina alta cinquanta metri con una larghezza di circa un kilometro, la sua particolarità è che non si tratta  una protuberanza naturale, bensì artificiale. Esso è composto per di più da testae, ossia cocci, tanto che molti lo chiamano ancora oggi “il monte dei cocci”. Le testae sono soprattutto frammenti di anfore, utilizzate dai romani per il trasporto di merci che venivano poi scaricate nell’attuale zona del monte dopo essere state svuotate. Il fenomeno iniziò durante il periodo augusteo fino alla metà del III secolo d. C e la presenza del porto fluviale Emporio, uno dei principali della città di Roma, favorì tale fenomeno.

 Sezione di strati di cocci. Wikipedia.

Questo fece la differenza, poiché le anfore contenevano soprattutto olio, deteriorandosi velocemente, non potevano essere riutilizzate. Dunque, si creò il problema dello smaltimento delle anfore che doveva essere veloce e non doveva intralciare i traffici commerciali. Il problema si risolse quando iniziarono a gettare i frammenti nella zona dell’attuale colle. Sfruttarono la presenza di una rampa e di due piccole strade laterali che permettevano il passaggio dei carri colmi dei detriti. L’utilizzo della calce permise di Riuscirono a creare tale accumulo: essa era versata sopra i frammenti come una sorta di collante.

Si tratta ancora oggi di un’importantissima testimonianza archeologica, poiché ogni frammento recano scritte o firme del proprietario o annotazioni del contenuto.  Si tratta dunque di fonte storico documentaria che ancora oggi è da scoprire.

Nelle epoche successive, il Monte Testaccio non ebbe più l’uso di discarica e divenne teatro di manifestazioni popolari, come ludus Testacie, una sorta di corrida fino ad arrivare alle cosiddette ottobrate romane” ottocentesche.

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