Al Prof. Renato Laurenti nel giorno del suo genetliaco

Ero sua allieva mi ha fatto vedere la mia strada”

Erano i primi degli anni Sessanta quando frequentavo il Liceo-Ginnasio “Francesco Vivona” all’Eur, in una classe del corso A, con un corpo docente che appariva vecchio non per l’età ma per l’autorevolezza a noi alunni, che in quegli anni iniziavamo ad essere considerati una categoria sociale e ad agire in quanto giovani come attori collettivi.

 

Allora avemmo la fortuna di avere come docente il Prof. Renato Laurenti. Chi non ha mai sognato un professore di latino e greco come lui? Autorevole senza mai scadere nell’essere autoritario come qualche altro suo collega, non aveva bisogno di alzare la voce o ricorrere a note disciplinari o comprimere e snaturare gli alunni per ottenere silenzio o attenzione. Affascinante e carismatico rendeva le lezioni – sempre troppo brevi – sia quando si trattava di tradurre all’impronta una versione di greco da lui guidata, sia quando spiegava o commentava gli autori latini e greci.

Allora le etimologie, i lemmi, le note filosofiche o storiche, l’attenzione alla realtà socio culturale degli autori ma anche all’impatto che potevano avere nei nostri percorsi personali di studio rendevano la lezione appetibile e mobilitavano la nostra intelligenza per carpire il significato giusto di quella lingua filosofica dove le parole hanno molti significati e le forme verbali diversi usi e funzioni.

a cura di Renato Laurenti

Noi che iniziavamo in quegli anni a contestare il sistema politico e le guerre, con il Prof. Laurenti imparammo che al centro del mito, della tragedia di Fedra o di Medea, delle liriche di Saffo o Alceo o Archiloco c’è la politica. Imparammo con i classici a gustare quel mondo antico, ma anche a leggere rapporti, conflitti e problemi, che rendono l’uomo un “politikon zoon” come diceva Aristotele, l’autore preferito dal prof. Laurenti nelle versioni all’impronta da lui guidate.

Noi che eravamo la generazione “anti” nelle poche visite guidate avemmo modo di conoscere l’aspetto “anti” borghese del professore di greco, all’Abbazia di San Nilo come a Cerveteri, quando il suo sguardo la sua risata e le sue battute dicevano quanto fosse diverso dagli altri, era un mito per noi con quella sua seicento con cui non disdegnava di accompagnare spesso a casa quei tre alunni, me compresa, che abitavano vicino casa sua.

Imparammo a tradurre dal greco in latino e nessuno di noi si chiedeva “a che serve studiare il greco?”. A differenza di tanti studenti liceali di oggi, ingessati in uno studio imbalsamato del latino e del greco, nessuno di noi, riteneva inutile lo studio del greco, tanto che molti di noi scelsero il corso di lettere classiche all’ Università.

All’esame di maturità – ci toccò, forse per l’ultima volta, l’esame di maturità del 1923, quello voluto da Gentile e Croce, quattro prove scritte e orale su tutte le materie, programmi relativi alle materie di tutto il triennio – tutta la nostra classe tradusse la versione di greco velocemente, alcuni anche in latino, prima del tempo, riuscendo pure a dare qualche suggerimento alle alunne in difficoltà della scuola con cui eravamo stati abbinati, il Mary Mount, chiusi in quella grande palestra sotto lo sguardo severo dei professori che vigilavano e di due suorine del Mary Mount che pregavano con la corona in mano per dare coraggio alle loro alunne in difficoltà.

A distanza di poco più di quattro anni mi ritrovai con una supplenza annuale nello stesso liceo come docente di lettere in un quinto ginnasio. Il preside, di fronte alla contestazione che dall’Università si andava estendendo ai licei, temeva che lo spirito dell’occupazione dal Mamiani invadesse anche il suo istituto, e, per affrontare “quei ragazzi scalmanati” nonché le assenze giustificate dai certificati medici di molti docenti che rifiutavano il confronto nelle assemblee con la “sfrenatezza giovanile”, non aveva pensato di meglio che ricorrere per le supplenze ad ex studenti, di cui conosceva la bravura ma anche quel minimo di spirito ribelle, compiacente alla Sinistra che avrebbe calmato le eventuali “sommosse adolescenziali”.

Da allora durante tutti gli anni d’insegnamento successivi quante volte ricorrevo a quelle massime di Epitteto o agli scritti di Epicuro, doni graditi del Prof. Laurenti. Quante volte sono ricorsa a lui che andavo a trovare per qualche consiglio didattico o di vita, in momenti difficili, trovando sollievo in quel suo modo gentile e fraterno di accogliermi e in quella saggezza propria di chi ha imparato a stare al mondo con equilibrio e dignità, a differenza di quella baby boom generation viziata dai genitori che avevano attraversato la guerra, insicura e scapestrata, ai quali aveva fatto lezione al Vivona.

a cura di Renato Laurenti

Tornata al Liceo Vivona alla fine della carriera come docente di latino e greco nel corso H, ho sempre avuto come modello il Prof Renato Laurenti, con la coscienza di essere ben lontana dal suo sapere ma con la consapevolezza di avere tentato di rendere vivo l’insegnamento del latino con l’intus legere e l’intra legere agostiniano e l’insegnamento del greco con il docens et discens, ben sapendo quanto fosse traumatico l’impatto con il latino e il greco per gli alunni provenienti dalla scuola media unificata.

Oggi nel giorno del suo genetliaco – Renato Laurenti compirebbe cento anni – onorata dei doni da lui ricevuti da studente nelle sue lezioni, da adulta nei suoi saggi consigli di vita, riconoscendo il peso che un tale professore ha avuto nella mia formazione, auspico che la nostra scuola, sempre più in declino, possa arricchirsi di persone simili al Prof Renato Laurenti che vivano la scuola con l’autorevolezza di chi non ha solo conoscenze e competenze, ma anche umanità e grande sapienza e saggezza, perché “la scelta di un giovane dipende dalla sua inclinazione, ma anche dalla fortuna di incontrare un grande maestro” , come soleva dire Rita Levi Montalcini.

 

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