Un mondo di plastica

Quello dell’inquinamento è un tema sentito fin dagli anni ’80, quando cominciarono le prime campagne di sensibilizzazione a favore dell’ambiente, in un periodo storico dove i veleni respirati o ingeriti erano nettamente superiori a quelli di oggi a causa di superficialità e scarso controllo; oggi il problema resta, ma se da una parte si è affievolito, dall’altra si è aggravato.

Nei paesi occidentali siamo riusciti a ridurre drasticamente le emissioni atmosferiche, grazie all’uso di filtri tecnologici applicati sia nelle automobili che negli impianti industriali, tuttavia abbiamo ancora grosse difficoltà per lo smaltimento dei rifiuti, in una società consumistica e cinica, che non riesce a controllare lo spreco e fatica a conformarsi a una linea ecologista.

Una delle più gravi forme di inquinamento in assoluto proviene dalla plastica, materiale ampiamente diffuso nell’immediato dopo-guerra, che nonostante sia riciclabile, in tutto il mondo solo il 15% e in Europa il 31% viene riutilizzato, tutto il resto finisce nelle discariche, nelle strade, nei boschi, sottoterra e purtroppo in mare!

Il pericolo non proviene poi tanto dalla plastica ingombrante, che forma delle vere e proprie isole galleggianti in mare e ci mette circa 100 anni per decomporsi, ma dai frammenti di microplastica che secondo una stima di Greenpeace arriverebbe fino a 50mila miliardi ad inquinare gli oceani, con provenienza prevalentemente dai paesi asiatici.

Queste micro particelle vengono ingerite dalla fauna e successivamente ce le troviamo a tavola, con conseguenti rischi per la salute e l’aumento di tumori; una campionatura eseguita sui pesci di maggior consumo come tonno e pesce spada del Mediterraneo ha rilevato la presenza di microplastiche nel 18% del pescato.

La stima è che ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscano in mare, come se un camion della spazzatura riversasse il suo contenuto in acqua ogni minuto!

Si prevede inoltre che se nel 2050 non avremo posto una soluzione al problema, le tonnellate potrebbero diventare 32 milioni, quadruplicando, le bottiglie di plastica potrebbero perfino superare il numero dei pesci in mare!

Uno scenario tragico che incombe in tempi relativamente brevi e che ha portato per ora ad alcune misure alle quali abbiamo assistito negli ultimi tempi, come l’introduzione delle buste per la spesa di materiale organico, l’abolizione dei cotton fioc e l’introduzione obbligatoria della raccolta differenziata in moltissimi paesi.

Per quanto riguarda il nostro paese, il Mediterraneo è stato definito una “zuppa di plastica”, dove ogni giorno finiscono 731 tonnellate  di rifiuti con una concentrazione anche molto elevata poiché trattandosi di un mare chiuso ci vorranno migliaia di anni per fare disperdere completamente tutte le particelle ed inoltre si stanno cominciando a formare già delle piccole isole di plastica e detriti, così come in altri luoghi del mondo.

Ne esistono 5 ben conosciute, 2 nell’Atlantico, 2 nel Pacifico ed una nell’Oceano Indiano, la più grande è quella chiamata Great Pacific Garbage Patch che si è cominciata a formare dagli anni ’50 ed è tutt’ora in continua espansione ed occuperebbe uno spazio di un milione e mezzo di kmq, grande tanto quanto la penisola iberica!

Sono molte le campagne di sensibilizzazione ed intervento partite da tutto il mondo, tra queste c’è l’iniziativa di un nostro connazionale, Alex Bellini, esploratore e strong man noto alle cronache per le sue traversate in solitaria a remi, le spedizioni estreme di trekking e le maratone in giro per il mondo.

Bellini si preparava a febbraio dello scorso anno a navigare sui 10 fiumi più inquinati del mondo che sono stati identificati tra quelli che alimentano la Great Pacific Garbage Patch, dove documenterà ciò che accade con lo scopo di sensibilizzare le nazioni e l’opinione pubblica.

Il progetto di Alex era di navigare su una zattera di fiume costruita interamente con materiali riciclabili che raccoglierà proprio dalle sponde dei fiumi che si troverà ad affrontare, ovvero gli africani Niger e Nilo e gli asiatici, Yangtze, Indo, Fiume Giallo, Hai, Gange, Fiume delle Perle, Amur e Mekong.

Secondo quanto dichiara sul suo blog con un video promozionale, questi 10 fiumi sarebbero i veicoli di trasporto dell’oltre 90% della plastica in mare; “Perché lo faccio? Perché voglio contribuire a smuovere le coscienze, perché ancora oggi molta gente non conosce l’enormità del problema o forse lo ignora”, prosegue.

Una sfida che Bellini ha accettato perché è convinto,giustamente, visto che noi abbiamo causato il problema, noi dobbiamo porvi rimedio e per farlo abbiamo pochissimo tempo a disposizione, prima di incorrere in una catastrofe ecologica.

WWF con il PlasticFree Tour, ha contribuito, grazie all’aiuto di 1000 volontari, a ripulire oltre 20 km di spiagge dai rifiuti con 41 appuntamenti; un’altra operazione è stata quella di raccogliere ben 600mila firme su change.org per chiedere l’applicazione di una cauzione sugli imballi di plastica monouso.

Sempre WWF fa sapere che negli oceani del mondo ci sarebbero fino a 150 milioni di tonnellate di plastica, al punto che nel 2018 l’UNEP (Programa Ambientale Nazioni Unite), ha inserito il problema dell’inquinamento da plastiche tra le 6 emergenze ambientali più gravi, insieme all’acidificazione degli oceani e i cambiamenti climatici, altri gravi problemi di cui parleremo sui prossimi numeri di Prometeo Magazine.

Un intervento più diretto, sembra invece che giungerà grazie alla ong Ocean Cleanup, fondata dal 19enne Boyan Slat 5 anni fa, che ha messo a punto un macchinario chiamato Ocean Array Cleanup, che dovrebbe, sfruttando le correnti, raccogliere la plastica in giro per gli oceani.

Il macchinario aggredirà la grande isola di rifiuti tra la California e le Hawaii, sfruttando delle barriere galleggianti che convoglieranno il materiale sopra delle piattaforme, da dove poi quotidianamente delle navi si occuperanno della raccolta; l’invenzione ha un consumo minimo di energia ed è stata studiata per non nuocere alla fauna marina.

Boyan Slat prevede di installare 60 piattaforme di raccolta in tutto il mondo entro il 2020, grazie a una campagna di raccolta fondi e l’autofinanziamento rivendendo i riciclabili a dei grossi brand che si sono già interessati al progetto; così la plastica tornerà a circolare, ma perlomeno non galleggerà inerte sulla superficie marina degradandosi in molecole assassine.