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Teofanie cosmografiche, ovvero l’origine del “Sacro manto geografico”
di Claudio Piani e Diego Baratono
Ultimo aggiornamento 24 febbraio 2010
“ … Niente è tanto difficile che, cercando, non si possa venirne a capo …”.
Terenzio,
Heautontimoroumenos

Risale ormai all’anno 2003, l’identificazione della fonte iconografica radice del mappamondo affrescato sulla volta della cosiddetta “Sala della Creazione”, spettacolare ambiente nella dimora rinascimentale dell’antica famiglia dei Besta a Teglio. L’importante scoperta, oltre ad innescare discussioni sulla diffusione di ben determinata scuola cartografica rinascimentale [1], nella fattispecie quella teutonica riferibile al matematico Caspar Vopell, ha portato alla nostra considerazione pressanti interrogativi sulla presenza di così ricercato e particolare manufatto, in contesti socioculturali apparentemente privi di particolari interessi su questioni geografiche ormai lontane.

In nostri precedenti studi [2], si è evidenziato come le pitture racchiuse nella splendida volta della sala in discorso, orbitanti appunto intorno al mappamondo vopeliano, sono fedele racconto per immagini del ciclo biblico della “Creazione”. In dettaglio si trovano rappresentati: la “Genesi della Luce”, la “Separazione delle Acque”, la “Creazione degli Animali terrestri, dei Pesci e degli Uccelli”, la “Creazione delle Stelle”, ed in ultimo, la “Creazione d’Adamo ed Eva”. Importante l’iconografia a fondamento d’alcune scene dipinte nella volta, in particolare quell’inerente alla nascita d’Eva: in buona misura, questa sembra replica di figurazioni prototipiche, circolanti in ambiente prettamente toscano. Più precisamente, si tratterebbe delle creazioni riferibili all’artista senese Bartolo di Fredi, le cui opere pittoriche, eseguite verso la metà del Trecento, sono ancora splendidamente conservate nella navata sinistra della Basilica di Santa Fina a San Gimignano. L’indicazione, si vedrà meglio in seguito, è di vitale importanza per avvicinare ed intendere l’insolita strutturazione e culturale e sociale, che ha consentito, ad una località decentrata quale si direbbe Teglio, l’elaborazione e la gestione sapiente, di potenti modelli espressivi, per dir così, “ermetici”. Sono molto particolari le tematiche in discorso, invero, maneggiate finanche in modo disinvolto in questo contesto prettamente montano. Si direbbero costruzioni mentali radicate, piuttosto che altrove, nel sofisticato mondo fiorito alla luce ed al calore della Firenze umanistico-rinascimentale, ora trasformatasi in straordinario forno alchemico, influente “atanor” formativo radiante cultura a trecentosessanta gradi.

La sala del mappamondo valtellinese, ha dimensioni raccolte in 48 mq; è esposta a Nord e molto probabilmente era adibita a stanza da letto od a biblioteca. Tutti gli indizi portano ad immaginare un utilizzo del locale come luogo di raccoglimento, d’ozio, soprattutto, di meditazione. I mappamondi che sovente decoravano questo genere di locali, erano ingredienti propedeutici all’ideale svolgimento di determinate pratiche meditative. Le scene dipinte, infatti, solitamente ricoprivano notevole funzione didascalica per l’osservatore. L’ornato si rivelava essere vero e proprio trattato di storia universale illustrata consultabile in ogni momento, senza la “fatica” di sfogliare ingombranti quanto delicate pagine di costosissimi libri. Il “mappamondo”, come buona parte delle poche storie universali ed enciclopedie circolanti nel Medio Evo, aveva lo scopo di concentrare su di se la sintesi dell’intera opera che lo conteneva. Il mappamondo, si è già detto, svolgeva “anche” la funzione di riassunto per immagini. Non è da meno, quindi, la decorazione pittorica ideata per l’interno della “Sala della Creazione”, che acquista valenze polarizzanti, in grado di condensare tutte le immagini bibliche presenti nel locale, in unico continuum spazio-temporale. Ugo da San Vittore, scrive nel prologo della sua “Descriptio mappae mundi”: “Sapientes viri, tam seculari quam ecclesiastica litteratura edocti in tabula vel pelle solent orbem terrarum dipingere, ut incognita scire volentibus rerum imagines ostendant, quia res ipsas non possunt presentare…”. L’idea tanto corretta quanto moderna, che le rappresentazioni per immagini in genere, geografiche in questo caso, aiutino a recepire meglio i concetti rispetto ai testi scritti cui s’accompagnano, sarà ribadito successivamente, anche da Ruggero Bacone e da Francesco Petrarca. Petrarca, infatti, proclama i mappamondi addirittura superiori al viaggio fisico stesso. Si trasmette in qualche misura l’idea, che questi particolari oggetti non sarebbero semplici costruzioni decorative ma vere e proprie finestre sul mondo, interiore ed esteriore, della conoscenza. Potenti varchi virtuali nel tempo e nello spazio in grado di trasportare istintivamente chiunque sia partecipe, in luoghi lontani, sconosciuti, instillando ricchi contenuti pedagogici in chi osserva. Nel Medio Evo, inoltre, i mappamondi erano utilizzati per “spiegare illustrando”, aspetti appartenenti sia alla dimensione trascendentale e religiosa, sia a quelli più pragmatici ed immanenti dell’ambito secolare loro contemporaneo.

La domanda è inevitabile: anche la carta affrescata di Palazzo Besta assume dunque, queste funzioni dai chiari connotati didattico-meditativi? [3] Cerchiamo di capirne di più. L’originale profilo policircolare che avvolge e determina la tipologia di proiezione del mappamondo valtellinese, si è sostenuto più e più volte, è inequivocabilmente riconducibile alla medesima sagomatura “palliografica” [4] impiegata dal Waldseem
üller per incorniciare la sua carta del 1507. Questa ormai è storia. A seguito d’ulteriori indagini, nondimeno, la nostra ricerca partita dal mappamondo murale lombardo, raggiunge acuti toni sacri, apprezzabilmente subliminali, inaspettatamente universali. [5] Il Medio Evo vede utilizzare i mappamondi come vere e proprie pale d’altare o, si è già detto, quali mirate integrazioni iconografico-didascaliche, scelte per ornare pagine di preziosi salteri. Le immagini geografiche, diventano pregiati sottofondi d’accompagnamento, stimolano le menti dei fedeli attraverso la “materializzazione” visiva d’episodi citati nelle sacre scritture. I mappamondi, percepiti come veri e propri emblemi religiosi, erano impregnati della stessa carica simbolica consueta sia in altre raffigurazioni sacre più ricorrenti, sia nei testi a queste abbinati. Di fronte a rappresentazioni geografiche tanto consistenti, il fedele avvertiva, potente e simultanea, duplice spinta emotiva: a raccogliersi in preghiera e, contemporaneamente, ad aprirsi, a “viaggiare” con la sua mente verso il mondo.


Fig.1 Cristo Pantocratore.
L’immagine del Cristo, spesso sovrastante le rappresentazioni cosmografiche in discorso, riprende posture classiche specifiche del “Cristo Pantocratore”. La figurazione sacra del Cristo Pantocratore, solitamente, è dipinta nel catino absidale delle chiese medievali. Cornice caratteristica all’immagine del Cristo, diviene la figura geometrica della cosiddetta “mandorla mistica”. Speciale involucro ellissoidale a racchiudere l’immagine divina, intenso simbolo sia della “Maiestatis Domini” sia della “Regina Coelis”, ossia di Maria, nel primo cristianesimo la mandorla o amigdala, assume intonazione, per dir così, “esoterica”. La nuova religione, infatti, nei difficili momenti aurorali della sua comparsa, utilizza la “mandorla”, splendida metafora geometrico-simbolica riferente all’Acqua, per trasmettere valori e contenuti del tutto propri. L’amigdala diverrà, di qui per sempre, anche la “vesica piscis”, diretto richiamo al noto “ICHTHYS”, acronimo di: Iesous CHristos THeou Yiòs Soter, ossia Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. [6] La “vesica piscis” ha modellato semplice, ma quanto mai efficace a livello simbolico. Si ottiene geometricamente intersecando due circonferenze.

Ora, in qual modo l’antica simbologia religiosa qui considerata, rientra nel percorso d’indagine intrapreso? Per qual motivo la “mandorla” o “vesica piscis”, custode di precisi linguaggi figurativi religiosi, si trova riecheggiata in alcune particolari carte geografiche, come quella realizzata nel 1507 da Martin Waldseemüller e quella, seriore, dipinta nella Sala della Creazione? Qual è, se esiste, il nesso tra “amigdala”, “vesica piscis” e “mantello”? Il simbolo della “mandorla mistica”, riferisce di tentativi mirati a fondere e dissimulare, anche attraverso innovative dimensioni geografiche, trascendenza ed immanenza, creatore e creazione. Per intendere meglio il discorso occorre abbandonare per un attimo la visione iconografica cristiana medievale, e risalire nel tempo, a quando visse il greco Strabone d’Arnasia (64 a.C. - 20 d.C.), storico e geografo tra i più importanti dell’antichità. Nei diciassette libri della sua autorevole e vasta opera sulla “Geographia”, Strabone descrive più volte il mondo quale grande isola a forma di clamide. Per Strabone, che: “… lo schema dell’ecumene abbia forma di clamide è assolutamente chiaro, dal momento che le estremità orientali e occidentali si rastremano a ugnatura, battute dall’Oceano, e diminuiscono di larghezza …”. Strabone, nel passo citato estratto dal “Libro II”, utilizza il preciso termine “clamide”. Il significato del vocabolo “clamide”, equivale a “pallio”, in pratica, a “mantello”. Il capo d’abbigliamento in parola, sorta di corto mantello, era indossato dagli antichi guerrieri greci tessalici; di fattura semicircolare si portava sulla spalla sinistra. Strabone insiste in merito alla peculiare forma ellittica data ad alcuni mappamondi, con sagomatura riconducibile appunto alla foggia della clamide; ma perché utilizzare un siffatto termine di paragone? Tecnicamente, il modulo geometrico della mandorla-clamide, è funzionale, forse, a migliore trasposizione su piano bidimensionale, delle coordinate sferiche tridimensionali ricavate “misurando” il mondo reale. Strabone, invero, si sofferma frequentemente sulla similitudine intercorrente tra rappresentazione geometrica e mantello. Ciò induce a ritenere le riflessioni del geografo greco, come sarà meglio confermato in seguito, contenere ben altri e più carsici riferimenti iconografici e simbolici.


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NOTE

[1] History of Cartography World Wide Web, Newsletter 2003, summer, Editor’ News, pp.3-4.
[2] Claudio Piani, L’affresco geografico di Palazzo Besta, Riv. Geogr. Ital., 111, 2004, pp.543-550, Firenze, 2004.
[3] Giorgio Mangani, Il sentimento del paesaggio nel Lario e nelle Marche, relazione alla seconda conferenza internazionale di ricerca La cultura del paesaggio tra storia, arte e natura” (Lovena di Menaggio, Como, 2006).
[4] A forma di mantello, mariano in questo caso, come si vedrà oltre.
[5] Claudio Piani, Diego Baratono, La carte dévoillée du Palazzo Besta, Actes du colloque: Saint-Dié-des-Vosges, Baptise les Ameriques, annex, pp.71-81, Musée Pierre-Noël, Saint-Dié-des-Vosges, 2008.
[6] Si veda a questo proposito: Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie Geometrie dell’Acqua, Diego Baratono, 2004, Genova, pag. 89 e segg.

Testi e fotografie
Copyright © Claudio Piani e Diego Baratono

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