Oceani acidi: ecosistemi a rischio
Esperti preoccupati dall'aumento dell'acidità a causa dell'inquinamento
Ultimo aggiornamento 1° marzo 2009 |
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Gli
ecosistemi marini del pianeta sono gravemente minacciati dal processo
di acidificazione delle acque, dovuto alla massiccia emissione di
anidride carbonica. Così, attraverso la recente
"Dichiarazione
di Monaco", un gruppo di oltre 150 ricercatori di fama mondiale ha
fatto sentire la propria voce, lanciando un accorato allarme nei
confronti della comunità politica internazionale,
affinché intervenga quanto prima per risolvere un problema
le
cui conseguenze potrebbero rivelarsi pesantissime. |
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"Noi
scienziati riuniti qui a Monaco – si legge nel documento
ufficiale – ci dichiariamo seriamente preoccupati per i
recenti,
rapidi cambiamenti nella composizione chimica degli oceani e per le
possibili conseguenze, nell'arco di alcuni decenni, nei confronti degli
equilibri degli habitat marini".
I mari svolgono una serie di funzioni fondamentali per l'esistenza di
tutti gli esseri viventi. In particolare, essi assorbono circa la
metà del Co2 immesso nell'ambiente a seguito dei
procedimenti
industriali. Le reazioni biochimiche alla base di tale meccanismo
naturale comportano, tuttavia, un sensibile abbassamento del pH delle
acque, ossia del valore che ne misura l'acidità o
l'alcalinità. Posto, infatti, che il valore medio del pH
oceanico sia di circa 8.2, in base ad alcune proiezioni di importanti
centri oceanografici, tra cui l'IPCC, si prevede che esso possa subire
un calo compreso tra lo 0.14 e lo 0.35. Il che si tradurrebbe in un
sensibile incremento dell'acidità.
"Le dinamiche chimiche sono così fondamentali, i cambiamenti
così rapidi e incisivi, che le conseguenze sugli organismi
appaiono inevitabili – ha osservato il dottor James Orr, tra
i
massimi esperti in fatto di conoscenza degli equilibri biologici degli
ecosistemi marini – Ad oggi il problema è capire
quanto
gravi possano essere tali effetti e con quale velocità
possano
verificarsi".
A detta di numerosi ricercatori, qualora i livelli di Co2 dovessero
mantenersi costanti o addirittura crescere, non è affatto un
azzardo ipotizzare che entro il 2050 intere regioni oceaniche possano
trasformarsi in ambienti del tutto inospitali per le forme di vita
animale. A farne le spese, in primo luogo le barriere coralline, il cui
ciclo riproduttivo è già da anni oltremodo
minacciato.
Successivamente sarà il turno di tutte le altre specie
ittiche,
crostacei, pesci e mammiferi, con riflessi catastrofici anche per il
settore della pesca. Quindi per l'approvvigionamento di cibo da parte
di milioni di persone.
Dario Massara
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